Piemonte

Dentro il Cpr tra suicidi e rivolte solo uno su dieci viene rimpatriato

Per uscire dal Cpr c’è chi ingoia l’accendino e chi ingurgita un bicchiere di bagnoschiuma. O tenta il suicidio in modo più “classico” e sparisce una volta portato in ospedale. Poi ci sono aggressioni, incendi, 220 chiamate al 118 nel primo anno di riapertura del Centro per il rimpatrio di Torino, dove sta fallendo anche l’obiettivo contenuto nella sua stessa definizione: meno del 10% degli stranieri trattenuti viene poi effettivamente rimpatriato nel suo Paese.

È il quadro che emerge dopo l’ennesima visita politica all’interno della struttura compresa fra corso Brunelleschi, via Monginevro e via Mazzarello. Ieri è stato il turno di Nadia Conticelli e Laura Pompeo, consigliere regionali del Pd: «La vice direttrice del Cpr, Martina Di Vincenzo, ci ha raccontato di eventi critici praticamente quotidiani – riferiscono insieme a Francesca Troise, presidente della Circoscrizione 3, su cui insiste il centro –. In questi mesi i trattenuti hanno ingoiato 19 accendini. E il sapone viene dato misurato per evitare che si uccidano ingoiandolo: solo ieri un ragazzo si è bevuto lo shampoo ed è finito in ospedale.

Purtroppo qui dentro la situazione è talmente alienante che due ore al pronto soccorso sono un diversivo». Tentativi di suicidio e incidenti sono continui, come dimostrano le chiamate al 118 da quando il Cpr ha riaperto sotto la gestione da parte della cooperativa Sanitalia: sono state 220 tra aprile 2025 e marzo 2026, con il picco di 30 interventi a febbraio. E sono riprese anche le rivolte, con materassi e coperte incendiati (l’ultima risale a domenica). I risultati si vedono: «I posti dovrebbero essere un centinaio ma ci sono solo 47 persone, dai ragazzi di 19 anni a un uomo di 56: alcune stanze sono inagibili dopo gli incendi di questi giorni. Poi non ci sono zone d’ombra, mancano spesso la carta igienica e i detersivi, un ragazzo con problemi di salute mentale dorme da giorni nella mensa. Possono avere un cellulare ogni sei persone mentre in altri Cpr italiani ognuno ha il suo. Discuteremo di tutto questo con la prefettura, che ha il contratto con Sanitalia».

Pompeo e Conticelli riportano anche i numeri del personale: «Fanno un grande lavoro ma sono il doppio dei trattenuti, tra forze dell’ordine, esercito e operatori. Però non ci sono attività, escluse l’arte e le partite di calcio. I corsi di italiano sono fermi». Intanto i rimpatri vanno a rilento: «Nel 2025 sono stati 86: ci dicono che sono solo il 10% del totale di chi è passato di qui, restandoci anche dei mesi».

A tutto ciò si aggiungono casi limite, come quello di Sami. Fuggito dalla Tunisia per scampare a un matrimonio forzato, a 38 anni era stato rinchiuso nel Cpr nonostante una grave fragilità psichica e una dipendenza da metadone. Ha tentato di impiccarsi il 25 febbraio, è finito in ospedale e, il 25 marzo, è fuggito dalla stanza dov’era piantonato, scomparendo nel nulla. Per l’avvocato Andrea Giovetti, che lo assiste assieme alle colleghe Stefania Rullo e Giorgia Tomatis, è l’epilogo drammatico di una detenzione amministrativa insostenibile. Conclude Troise: «Impegniamo soldi e personale per una gabbia dove i trattenuti si ammalano. Siamo convinti che si possa trovare un sistema diverso per gestire queste persone, che si trovano in un limbo e non sanno cosa ne sarà della loro vita».


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