Trump ha iniziato la sua exit strategy dall’Iran, dopo il fallimento della guerra commerciale: a pagare siamo tutti noi
Trump ha cominciato la sua exit strategy dalla palude della guerra iraniana, affermando da giorni che gli obiettivi sono stati raggiunti e che la guerra potrebbe cessare in poche settimane. Si tratta della tradizionale retorica bellica – tutti si proclamano vincitori – oppure c’è del vero?
Per capire questo guardiamo all’esito dell’altra guerra, quella commerciale, iniziata con i dazi universali nell’aprile 2025. Qui è facile misurare la distanza tra le trionfalistiche dichiarazioni presidenziali e la realtà che è ben differente.
La guerra commerciale di Trump è stata un completo fallimento economico. Nessuno degli obiettivi dichiarati è stato raggiunto. In primo luogo, il deficit commerciale Usa non è stato ridotto e rimane invariato a più di 900 miliardi di dollari. Gli Usa non sono più, da anni, una nazione manifatturiera e si servono del mondo.
In secondo luogo, è cresciuto a dismisura l’avanzo commerciale cinese e quindi la potenza asiatica ha esteso la sua influenza economica ancora di più. Le merci cinesi non più gradite negli Usa hanno preso le nuove vie dell’Africa, dell’Asia e del Sudamerica. Le auto cinesi si cominciano a vedere anche da noi, comunque.
In terzo luogo, i cento e più miliardi da raccogliere con i dazi non ci sono perché la Corte Costituzionale ha stabilito che le tariffe commerciali erano illegali e le somme devono essere restituite, con cause legali già iniziate. In compenso, l’inflazione americana è aumentata di un punto in percentuale, costando qualche migliaio di dollari alle famiglie. Non è salita di più solo perché, tra esenzioni e riduzioni, l’aggressiva politica iniziale dei dazi è stata molto depotenziata.
In definitiva, la guerra commerciale l’hanno pagata i consumatori americani e non le imprese estere, come sosteneva con una certa ignoranza economica la cerchia del Presidente. A livello globale è stata un regalo inaspettato alla Cina che sta prendendo il posto degli Usa nel gioco delle relazioni economiche internazionali.
Qualcosa di simile sta accadendo con la guerra (la seconda) all’Iran. Intanto gli obiettivi principali, la caduta del regime e il recupero del materiale radioattivo, non sono stati raggiunti. Sono stati realizzati obiettivi, per così dire, minori, come la distruzione della capacità militare iraniana. Ma questo era piuttosto un obiettivo del governo israeliano.
La guerra poi, si sa, presenta sempre delle sorprese con risvolti imprevedibili, a partire dai costi. Per esempio, per abbattere un pericoloso drone iraniano che costa 35.000 dollari viene usato un intercettore Patriot che però costa 3,7 milioni di dollari, e quindi cento volte di più. Gli Usa nel primo mese di guerra hanno speso più di 50 miliardi e il Pentagono presenterà una richiesta complessiva di 200 miliardi.
Quindi è una guerra che gli americani stanno vincendo sul piano tecnologico e militare, ovviamente, ma gli iraniani stanno resistendo molto meglio di quanto avevano previsto gli strateghi Usa. La storia di Davide contro Golia si ripete sempre.
Se i costi diretti della guerra sono elevati, quelli indiretti sono ancora più salati, per il consumatore americano e per il resto del mondo. Inevitabilmente il blocco dello stretto di Hormuz ha provocato il rialzo del pezzo del petrolio da 65 a 100 dollari e oltre, con grande soddisfazione dei produttori di greggio, a cominciare dalla Russia a cui il governo americano ha sospeso le sanzioni petrolifere per un mese, che incasserà così qualche miliardo di dollari utilissimi per finanziare la sua agonizzante guerra.
Petrolio più caro significa aumento di tutti i prezzi per tutti, vista la dipendenza dell’economia mondiale da questo combustibile fossile. Non solo è aumentato il prezzo alla pompa, che negli Usa è salito a 4 dollari al gallone come nel 2022, ma anche il prezzo di molti altri beni strategici come i fertilizzanti, fondamentali per l’agricoltura.
L’aumento del prezzo della benzina negli Usa è molto curioso perché si tratta di un paese esportatore di petrolio e in teoria autosufficiente, ma ormai in un’economia globalizzata nessuno può ritenersi un’isola felice.
In definitiva, la guerra di Trump comporta una tassa salata che la sua Amministrazione sta facendo pagare al mondo intero. Con dei calcoli approssimativi si arriva alla cifra di 5-6 miliardi al giorno, tenendo conto che il consumo giornaliero di petrolio è di 102 milioni di barili. Questi soldi potevano essere certo destinati a cause migliori.
Se gli Usa sono in evidente difficoltà perché lo strapotere militare da solo non basta, è la Cina che sta ottenendo dei vantaggi sul piano geopolitico. È vero che dipende molto dal petrolio iraniano, importando 5 milioni di barili al giorno, ma sta negoziando il passaggio dallo stretto per le sue petroliere. Quindi se sarà chiuso, non lo sarà certo per le navi cinesi. Un ulteriore smacco alla semplicistica diplomazia sovranista di Trump.
Il presidente Trump si sta comportando come un bambino capriccioso o incosciente che ha buttato a terra, rompendolo, il vaso prezioso delle regole internazionali, commerciali e diplomatiche. Ci vorrebbe qualcuno che intanto lo castigasse severamente, e poi ricomponesse con pazienza i cocci. Per il primo scopo, questo qualcuno non può che essere l’elettorato americano che nelle elezioni di novembre 2026 ha la possibilità di cambiare le due maggioranze parlamentari, e quindi di disinnescare in maniera sostanziale la minaccia Trump.
Per il secondo, il compito è molto più difficile perché non si intravvede chi possa farlo a livello internazionale. La Cina no, perché pensa solo ai suoi affari e sarebbe come sostituire un imperialismo malconcio con un altro, la Ue nemmeno perché troppo timida e divisa. Staremo a vedere. Intanto come primo passo potrebbero finire le guerre, tutte, e non per puro pacifismo ma per assoluta convenienza economica mondiale.
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