Lazio

molotov e ordigni contro la casa del figlio del boss Fragalà

Un boato secco, il bagliore improvviso e il suono dei vetri che si frantumano sull’asfalto. Erano circa le 2:00 della notte tra l’1 e il 2 aprile quando via Alfredo Baccarini, nel quartiere dell’Alberone, è diventata il teatro di un assalto militare in piena regola.

L’obiettivo non era casuale: nell’abitazione colpita si trova agli arresti domiciliari Emanuele Fragalà, 26 anni, legato a una famiglia già nota alle cronache giudiziarie per il suo peso nel panorama criminale tra il litorale romano e la Sicilia.

Sul posto sono intervenuti in pochi minuti i Carabinieri della Compagnia Roma Piazza Dante, che si sono trovati di fronte a una scena ancora più inquietante di quanto apparisse inizialmente. A poca distanza dal punto dell’esplosione, infatti, è stato individuato un secondo ordigno artigianale, rimasto inesploso.

Una bottiglia riempita di benzina e collegata a un potente petardo con del nastro adesivo: un dispositivo rudimentale ma potenzialmente devastante, che avrebbe potuto causare conseguenze ben più gravi.

L’episodio riporta inevitabilmente alla memoria scenari già noti agli investigatori. Il cognome Fragalà è infatti emerso con forza nell’inchiesta “Equilibri”, che nel 2019 portò allo smantellamento di un’organizzazione criminale radicata tra Roma e Catania.

Secondo quanto ricostruito all’epoca, il gruppo operava attraverso estorsioni, traffico di droga e metodi intimidatori, imponendo un clima di paura soprattutto nel quadrante sud del litorale romano.

In questo contesto si inserisce anche la figura del padre del giovane, condannato a una lunga pena detentiva, ritenuto dagli inquirenti uno dei punti di riferimento dell’organizzazione.

Un passato che torna a proiettare la sua ombra anche sull’episodio di queste ore, facendo ipotizzare agli investigatori un possibile regolamento di conti o un atto intimidatorio legato a dinamiche criminali ancora attive.

Sul luogo dell’attentato sono intervenuti anche gli artificieri e gli specialisti del Nucleo Investigativo, che hanno messo in sicurezza l’area e avviato i rilievi tecnici. Il 26enne è stato ascoltato a lungo, ma non avrebbe fornito elementi utili alle indagini.

Un muro di silenzio che complica il lavoro degli inquirenti, ora concentrati sull’analisi delle immagini delle telecamere di sorveglianza della zona nel tentativo di identificare i responsabili.

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