Umbria

Pasqua, vi spiego perchè ogni agricoltore è un operatore di pace

di Matteo Bartolini – presidente Cia Agricoltori Iialiani dell’Umbria

Pasqua è, prima di tutto, un gesto forte nella simbologia ma semplice nell’atto. Rinascita! E questa rinascita la celebriamo anche a tavola con la condivisione del pane, delle uova, dell’agnello e tanto altro. Un gesto antico, che attraversa religioni, culture e popoli. Un gesto che parla di comunità, di fiducia, di futuro.

Eppure oggi, in un mondo attraversato da conflitti, crisi energetiche e tensioni geopolitiche, quel gesto non è più scontato. È diventato fragile. E, soprattutto, è diventato profondamente politico. Perché il cibo non è mai stato solo cibo.

Negli ultimi anni abbiamo imparato, spesso a nostre spese, che il prezzo del pane, della pasta, dei fertilizzanti o del gasolio agricolo non dipende soltanto dal mercato. Dipende da equilibri globali sempre più instabili. Dipende da rotte commerciali che si interrompono, da guerre che bloccano produzioni strategiche, da scelte energetiche che ricadono direttamente sui campi.

Matteo Bartolini

Quando una filiera agricola si spezza, non si ferma solo un’economia. Si incrina un equilibrio sociale. Si allontana la possibilità di garantire a tutti un accesso equo al cibo. E con essa si indebolisce anche la convivenza tra i popoli. È in questo scenario che il ruolo dell’agricoltura cambia profondamente.

L’agricoltore non è più soltanto un produttore. È un presidio del territorio. È un attore economico fondamentale. Ma, sempre di più, è anche un costruttore silenzioso di stabilità. Di equilibrio. In una parola, di pace. Coltivare oggi non significa solo generare reddito. Significa garantire continuità nelle filiere alimentari. Significa mantenere vivi i territori, evitare abbandono e marginalità. Significa contribuire a un sistema che tiene insieme comunità diverse, riducendo disuguaglianze e tensioni.

Eppure, proprio mentre questo ruolo diventa più centrale, chi produce cibo continua troppo spesso a essere l’anello debole della catena. Ad esempio, il problema dell’agnello non è il prezzo riconosciuto all’allevatore, è che il valore non resta dove nasce. Infatti secondo Ismea, l’allevatore prende 5,5 euro/kg (animale intero) ma il consumatore paga tra i 17 e i 25 euro/kg. Nel mezzo si perde identità di un territorio, margine per l’allevatore e futuro per il settore primario. I costi aumentano. Le dipendenze dall’esterno come energia, fertilizzanti e materie prime restano elevate. Il valore lungo la filiera si distribuisce in modo squilibrato. E così accade che chi garantisce un bene essenziale come il cibo fatichi a vedere riconosciuto il proprio lavoro.

Non possiamo parlare di pace, se chi produce il cibo è economicamente fragile. Non possiamo immaginare stabilità, se le nostre filiere restano vulnerabili. Per questo oggi serve un cambio di prospettiva.

Dobbiamo iniziare a costruire filiere che non siano soltanto efficienti, ma giuste. Filiere in cui il valore venga redistribuito in modo più equilibrato. Filiere in cui il cittadino non sia solo consumatore, ma parte attiva delle scelte: cosa produrre, come produrlo, a quale prezzo. Significa ricostruire un’alleanza tra chi produce e chi consuma. Un’alleanza fondata sulla trasparenza, sulla responsabilità condivisa, sulla consapevolezza che ogni acquisto è anche una scelta economica, sociale e, in fondo, politica. È questa la direzione su cui dobbiamo lavorare. Ed è questa la visione che ispira anche i percorsi che, come sistema organizzato, stiamo provando a costruire: modelli capaci di rimettere al centro il valore del cibo, il lavoro agricolo e il ruolo delle comunità. Perché senza questa alleanza, il sistema alimentare resterà fragile. E con esso, anche la nostra capacità di costruire coesione e futuro.

Forse allora la Pasqua, oggi, ci chiede non solo di celebrare, ma soprattutto di scegliere. Scegliere che tipo di agricoltura sostenere. Scegliere che tipo di cibo portare sulle nostre tavole.

Scegliere che tipo di relazioni vogliamo costruire tra territori e persone. Perché ogni volta che condividiamo il pane e allarghiamo le nostre tavole compiamo un gesto che va oltre la tradizione. Stiamo decidendo, spesso senza accorgercene, da che parte stare. E in questo tempo incerto, scegliere da che parte stare fa la differenza e la nostra Carta Costituzionale all’Art. 11 è chiara in questo: L’ITalia ripudia la guerra. Buona Pasqua.

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