Politica

Soldi dagli Usa e violenze, così l’estrema destra si è presa Israele

“Oggi Israele è un Paese sempre più chiuso e ha un enorme problema di presa di coscienza interna, non riesce a capire qual è il cancro che lo sta isolando agli occhi del mondo”. Elena Testi, inviata di La7, negli ultimi anni ha avuto modo di conoscere e osservare da vicino la vita e la politica in Israele e in Cisgiordania. Nel suo libro Genesi. Soldi, crimine, impunità (edito da Feltrinelli) descrive l’inarrestabile ascesa dell’estrema destra religiosa messianica e delle sue figure chiave, che dai margini sono arrivate ai vertici del potere. Incrocia le principali tappe storiche, come il massacro di Hebron, con l’analisi dei legami tra i magnati americani e i movimenti radicali dei coloni. Frutto di un meticoloso lavoro di ricerca sugli ultimi decenni di storia, il volume è una lente preziosa per osservare e comprendere meglio ciò che sta accadendo oggi: l’approvazione della legge sulla pena di morte per i detenuti palestinesi, le violenze quotidiane dei coloni nella West Bank, il cessate il fuoco che non c’è a Gaza, e i soprusi nei confronti dei cristiani.

In questi giorni abbiamo visto il ministro Ben Gvir festeggiare l’approvazione finale della legge sulla pena capitale con la spilla del cappio sulla giacca. Israele valica così un’ulteriore linea rossa. Che effetto ti hanno fatto quelle immagini?

Non sono rimasta sorpresa, fanno capire quanto Israele sia cambiata. L’estrema destra ci aveva già provato in passato, non era mai riuscita a far passare la legge. Lunedì invece, anche grazie ai voti di Benjamin Netanyahu, ce l’ha fatta. Ora la speranza è che la Corte Suprema distrugga questa norma e che di fatto non venga applicata. Vedremo se Israele ha ancora i suoi pesi e contrappesi democratici. Se la Corte boccia la legge significa che il contrappeso democratico, forse l’unico rimasto nel Paese, ancora resiste. Se non accade, Israele proseguirà in quel solco che ha iniziato a tracciare da tempo, ma che adesso è molto più evidente agli occhi del mondo.

Nel tuo libro parli di una deriva che non è solo geopolitica ma anche umana. In che cosa si può tradurre se non si ferma?

Io credo che questa deriva non si fermerà. Il problema degli israeliani si acuisce dopo il 7 ottobre, ma non arriva dopo il 7 ottobre. In questo momento, ci sono 700mila coloni. Hanno reso la Cisgiordania un territorio a groviera senza permettere, in maniera intenzionale, di dar vita a uno Stato palestinese. Tutto ciò porta a un isolamento di Israele, che rappresenta la perfetta fotografia della fragilità delle democrazie moderne.

Sentiamo spesso usare, soprattutto tra i sostenitori del governo di Tel Aviv, l’espressione “Israele unica democrazia del medio oriente”. Ha senso questa definizione?

Per me la democrazia è anche e soprattutto avere rispetto delle minoranze e proteggerle: tutti devono avere gli stessi identici diritti. Israele ora è una democrazia perché c’è il diritto di voto e un dibattito interno. Ma allo stesso tempo c’è una censura dei media, e questo è antidemocratico. Non c’è uguaglianza tra i cittadini: quelli arabo-israeliani sono di serie B. E ancora: è una democrazia uno stato che non rispetta il diritto internazionale? Ci sono quindi dei punti che vanno analizzati, e non solo per Israele. Dobbiamo chiederci quale civiltà vogliamo costruire per le future generazioni. Vogliamo la vittoria del più forte sul più debole senza che il diritto internazionale venga rispettato? Se noi vogliamo questo, Israele è il nuovo tipo di democrazia alla quale la comunità occidentale va incontro.

Come è nata l’idea di scrivere Genesi?

Il libro nasce da un’esigenza personale, perché non riuscivo a capire. Andavo al confine con Gaza e vedevo la Striscia completamente rasa al suolo e, nonostante questo, continuavano a bombardare. Mi chiedevo come fosse possibile. Perché non si sono fermati? Dietro il 7 ottobre c’è una storia, c’è un percorso, c’è una evoluzione. Se non la studi non capisci l’Israele di oggi. È una storia che ha mille sfaccettature, con delle responsabilità da entrambe le parti. Volevo che la gente capisse, che ripercorresse quello che è stato Israele negli ultimi decenni. L’Israele di oggi non è sicuramente un Paese disposto a sedersi a un tavolo. Compreso il problema del terrorismo, dentro infatti parlo anche degli attentati di Hamas e descrivo la sofferenza delle vittime.

Tu dedichi molto spazio al ruolo dei donatori e dei magnati statunitensi che sponsorizzano le colonie. Quali sono gli attori chiave?

Gli insediamenti vengono finanziati attraverso il Central Fund of Israel, che permette l’anonimato. Inoltre, le donazioni sono deducibili dalle tasse. L’investimento nelle colonie quindi è economicamente vantaggioso per i finanziatori. Tra i personaggi principali c’è Mike Pompeo, che nel 2020 è il primo Segretario di Stato Usa ad andare nei territori occupati. Pompeo va in visita alla cantina Psagot, di proprietà del miliardario Simon Falic, ed è un momento storico perché è la prima volta in cui l’amministrazione americana fa una visita ufficiale nella West bank. C’è poi David Friedman, ambasciatore degli Usa in Israele. Fu colui che convinse Donald Trump a spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ed è anche lui un amico intimo della famiglia Netanyahu. Anche se l’amico intimo per eccellenza è Kushner. L’altro grande protagonista è l’attuale ambasciatore Michael Huckabee, che è grande sostenitore degli insediamenti. Crede nel “grande Israele” come ci credono i ministri Smotrich e Ben Gvir. Infine il cerchio si chiude con l’enorme ruolo ricoperto dagli evangelici, con i quali tutte queste queste persone sono legate. Tanti soldi arrivano proprio dalla loro comunità.

Sei tornata da pochi giorni da Israele. Quale clima hai visto in queste settimane di guerra contro l’Iran?

L’Iran è considerato il nemico numero uno, la testa della piovra e la guerra viene vissuta con una guerra esistenziale. Per Netanyahu però c’è un problema politico. Per lui è la battaglia della vita, è quello che ha sempre voluto. Ma se termina la guerra, quale risultato ha ottenuto? Con quale faccia a ottobre si presenterà alle elezioni? Arrivare a un regime change gli avrebbe permesso di non essere ricordato come l’uomo che ha permesso il 7 ottobre. Per quanto riguarda invece la popolazione, la situazione è oggettivamente stancante perché non dorme ed è costantemente sottoposta al lancio dei missili che bucano le difese e distruggono gli edifici. Senza considerare che ci sono oltre 5mila feriti. Ma non pensiamo che per questo gli israeliani siano contrari alla guerra, L’82% è a favore e il 56% crede che si debba andare avanti fino a quando non si raggiungerà un regime change. È questo uno dei pochi elementi di unità del Paese.

Quale futuro vedi oggi? L’opzione dei due stati è ancora percorribile?

Io credo che la situazione per come è ora non sia più rimediabile. Nel 2005, quando smantellarono gli insediamenti dei coloni nella Striscia di Gaza, ci furono proteste enormi. Eppure rispetto a oggi erano numeri esigui. Adesso abbiamo 700mila coloni. Chi mai si prenderà la responsabilità di portarli fuori dalla Cisgiordania? Questo è un problema fondante, perché per avere due stati bisogna dare un territorio alla comunità palestinese. La discontinuità territoriale non ti permette di creare uno Stato.


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