Che Dio perdona a tutti, la recensione: Pif alle prese con il Papa e con i dolci siciliani
La dimensione di Pif è fondamentalmente televisiva: ha inventato un modo di stare davanti allo schermo, di interagire con le persone che intervista, di mescolare voce fuori campo e presa diretta, di commentare fatti e personaggi anche piuttosto seri con una lieve stralunatezza che ha fatto scuola, diventando un marchio di fabbrica. Quel metodo, quello de Il testimone e ora di Caro marziano, ha cercato di applicarlo al cinema con alterne fortune (molto bene l’esordio, male o molto male i successori), dove il vero scoglio è il passaggio dalla videocamera tenuta a mano da lui stesso a una cinepresa con cui dover costruire mondi visivi.
Una commedia sulla fede tra tv e cinema
Che Dio perdona a tutti è il suo quarto film dietro la macchina da presa, tratto dal suo primo omonimo romanzo, e torna alla forma narrativa e all’impianto del suo primo film, La mafia uccide solo d’estate: protagonista è Arturo (alter ego di Pif in tutte le sue sortite di finzione), un agente immobiliare con la passione per i dolci che si innamora di Flora (altro nome ricorrente nei racconti di Diliberto, vero cognome del regista), una pasticcera, interpretata da Giusy Buscemi. È una storia d’amore bellissima finché lei non rivela la sua profonda fede religiosa e lui, anziché essere sincero, finge di essere praticante: equivoci e disastri vengono forse risolti dall’apparizione del Papa (argentino come Francesco) in veste di consulente spirituale.
Scritto da Michele Astori assieme allo stesso regista, il film è un tentativo insolito di riflettere sul ruolo della religione nella contemporaneità — o meglio, è insolito per il cinema, visto che invece è un tema che trova più spazio in tv. Colpisce soprattutto la costruzione di una commedia che cerca di capire cosa significhi realmente essere cattolici, abbracciare la parola di Gesù fino in fondo, in modo radicale, raccontando i paradossi della fede.
Tra catechesi e satira
Superate le perplessità su un film che pare un atto di catechesi — anche più diretto rispetto a operazioni simili come quella di Zalone in Buen camino e Santocielo di Ficarra & Picone (alla fine il cuore è il medesimo: fede e spiritualità come antidoto al neoliberismo) — Che Dio perdona a tutti lavora sugli equivoci con una certa abilità, non disdegnando tocchi che sembrano quasi iconoclasti, come versioni light di certe visioni di Buñuel o Ciprì e Maresco, si parva licet.
È la seconda parte a essere più problematica, non tanto ideologicamente quanto cinematograficamente: abdica a ogni profondità e non riesce praticamente mai a dare consistenza e credibilità alla premessa (com’è possibile che un ateo diventi fondamentalista solo per amore?). Il colpo di scena finale, inoltre, confonde le acque e resta indeciso tra sogno, allucinazione e santità.
Pif torna al morettismo, nei modi e nelle idiosincrasie (il suo Arturo ricorda il Michele Apicella di Moretti), ma forse il tema è troppo grande e complesso per il suo cinema, che — quando non appare superficiale — finisce per risultare enfatico. Non mancano però le risate e alcune idee di regia, così come è convincente il lavoro su comprimari e figure di contorno, in particolare Buscemi e Carlos Hipólito, sagace e bonario Papa personale. È proprio Pif a reggere meno il colpo, a patire la necessità di respiro del grande schermo, sia come attore sia come autore, anche se non gli si può negare il coraggio, persino nel fallimento.
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