Trump crolla al 33% nei sondaggi, l’Italia nega la base di Sigonella agli Usa – CRONACA
NEW YORK. Donald Trump sempre più a picco nei sondaggi. Il tasso di approvazione del presidente è sceso ancora, al 33%, il livello più basso del suo secondo mandato.
È quanto emerge da un sondaggio dell’Università del Massachusetts Amherst, condotto fra il 20 e il 25 marzo e secondo il quale il 62% degli americani non lo approva. Il tasso di approvazione del presidente è cinque punti più basso rispetto al luglio del 2025 e di 11 punti rispetto allo scorso aprile.
L’Italia ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella. L’episodio è avvenuto qualche giorno fa. Il diniego del ministro della difesa Crosetto è partito quando si è appreso del piano di volo di alcuni asset aerei Usa, che prevedevano di atterrare a Sigonella per poi ripartire verso il Medio Oriente.
Il piano è stato infatti comunicato mentre gli aerei erano già in volo e dalle verifiche è emerso che non si trattava di voli normali o logistici, quindi non compresi nel trattato con l’Italia. Intanto il parlamento iraniano ha approvato l’introduzione di un pedaggio per le navi che transitano ad Hormuz, riaffermando il ‘ruolo sovrano’ del Paese sullo Stretto.
Intanto, secondo quanto riporta il Wall Street Journal, Donald Trump ha detto ai suoi consiglieri di essere pronto a mettere fine all’operazione contro l’Iran anche se lo Stretto di Hormuz dovesse restare in gran parte chiuso. Il presidente e i suoi collaboratori avrebbero stabilito che la missione per sbloccare Hormuz avrebbe spinto il conflitto oltre la tempistica delle 4-6 settimane stabilite.
Trump starebbe optando affinché gli Stati Uniti si concentrino sul raggiungimento dei loro obiettivi, ovvero neutralizzare la marina iraniana e i suoi arsenali missilistici, per mettere fine alla guerra esercitando allo stesso tempo pressione su Teheran affinché ripristini il flusso dei liberi scambi.
Se questo approccio non dovesse riuscire, Washington sarebbe pronta a sollecitare gli alleati in Europa e nel Golfo ad assumere la guida delle operazioni per la riapertura dello Stretto.
La crisi dello Stretto potrebbe costare ai mercati 10-12 milioni di barili al giorno, è la stima del segretario al Tesoro Scott Bessent, secondo cui comunque “gli Usa ne riprenderanno il controllo e ci sarà libertà di navigazione”.
Per ora continuano a passare soltanto le navi di Paesi non ostili all’Iran, come India e Cina. Trump, tra le opzioni militari per ottenere la resa del nemico, valuta anche una missione per recuperare i 450 chilogrammi di uranio arricchito. Un’operazione complessa – rileva il Wsj – che vedrebbe le forze americane operare all’interno del Paese per giorni o per un periodo più lungo. Rischi maggiori comporterebbe l’attacco a Kharg, sia con uno sbarco di paracadutisti sia nel caso di un’incursione anfibia. Perché secondo fonti di intelligence Usa Teheran ha schierato ulteriori truppe nell’isola e nuovi sistemi di difesa aerea.
C’è poi da valutare la possibile rappresaglia. Gli esperti militari ipotizzano quattro modalità: attacchi diretti alle truppe americane, nuovi raid sugli impianti energetici in Medio Oriente, maggiore coinvolgimento delle milizie sciite regionali. Infine, la chiusura dello Stretto di Bab el Manba, nel Mar Rosso, da parte degli Houthi, che sabato sono entrati in guerra lanciando missili su Israele. Nel frattempo gli iraniani continuano a colpire il Golfo e un missile ha violato lo spazio aereo della Turchia, prima di essere abbattuto dalle difese Nato. È il quarto finora.
Nel pieno del conflitto un segnale in controtendenza è arrivato dalla Spagna, dove il governo ha rifiutato ogni supporto all’offensiva di Usa e Israele: il divieto all’utilizzo della basi di Rota e Moron riguarderà non solo i velivoli impegnati nei bombardamenti, ma anche quelli di supporto. “È una guerra illegale”, ha ribadito il premier socialista Pedro Sanchez, che si era già distinto per una posizione di forte condanna nei confronti di Israele riguardo a Gaza.
“Non ci serve il vostro l’aiuto”, la replica della Casa Bianca alla decisione del premier socialista, che è diventata oggetto di riflessione a Bruxelles. E se un funzionario Ue puntualizza che le scelte di Madrid sono “sovrane” e “nazionali”, tra i diplomatici si intravede il rischio che si inaspriscano i toni di Trump contro la Nato. Un’altra fonte invece non si sbilancia sulle conseguenze interne all’Europa: la scelta di Sanchez potrebbe “isolarlo”, oppure “spingere altri a trovare il coraggio di seguire il suo esempio”.
“Questa non è la nostra guerra e non ci lasceremo trascinare dentro”, ha dichiarato il premier britannico Keir Starmer ribadendo la sua linea sul conflitto in Medio Oriente e sulle pressioni, unite alle forti critiche, del presidente americano Donald Trump rispetto al tardivo e limitato sostegno di Londra alle operazioni militari Usa.
“La mia posizione e quella di questo governo non cambia, a prescindere dalla pressione nei nostri confronti”, ha aggiunto sir Keir parlando nel corso di un evento nelle West Midlands dedicato al lancio della campagna elettorale del Labour in vista delle amministrative del 7 maggio, in cui il primo ministro rischia di subire una dura sconfitta, con possibili ripercussioni dirette sulla sua leadership in crisi.
Starmer nel suo intervento ha puntato sulla politica estera, criticando da un lato le opposizioni di destra, i Tory di Kemi Badenoch e Reform Uk di Nigel Farage, “che volevano l’ingresso” nel conflitto di Usa e Israele contro l’Iran “senza riflettere sulle conseguenze”, e dall’altro i Verdi di Zack Polanski, schieramento in ascesa alla sinistra del Labour, per “volere l’uscita del Regno Unito dalla Nato”.
E oggi anche il primo ministro australiano, Anthony Albanese, nel suo più duro messaggio a un presidente Usa, ha sollecitato il presidente Donald Trump a mettere in chiaro i suoi obiettivi nella guerra all’Iran, mentre anche l’Australia continua ad affrontare il devastante impatto che il conflitto sta avendo sui prezzi globali del petrolio.
“È chiaro che gli obiettivi chiave di Washington per entrare in guerra sono stati conseguiti”, ha detto. “Vogliamo vedere maggiore certezza su quali sono quelli ancora da conseguire. E vogliamo vedere al più presto una de-escalation”.
“All’inizio del conflitto l’obiettivo principale era descritto solo come impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare, e chiaramente questo è stato ottenuto. In secondo luogo, degradare l’opportunità per l’Iran per entrare in azione militare sia apertamente, sia attraverso altri agenti per suo conto, Hezbollah, Hamas o gli Houthi”, ha aggiunto. In uno sforzo per attutire l’impatto sui consumatori, Albanese ha avviato un piano nazionale di sicurezza dei carburanti, che include un taglio all’accisa e una riduzione dei pedaggi stradali.




