Economia

Le Borse scattano e scommettono sulla pace. Ma per l’Ue razionamenti già a maggio

ABU DHABI – I mercati finanziari decidono di credere che il conflitto in Medio Oriente finirà a breve, per la (dichiarata) fretta di Donald Trump di chiuderlo e per la (presunta) volontà dell’Iran di negoziare. Ci credono le Borse europee, che archiviano una seduta scoppiettante, tra l’1,85% di Londra e il 3,17% di Milano, migliore del gruppo. Ci crede ormai per il secondo giorno di fila Wall Street, di nuovo intonata in positivo. E ci credono i mercati petroliferi, dove il Brent scende del 3% tornando poco sopra i 100 dollari al barile, dopo aver sfiorato nei giorni di massima tensione i 120, e il gas naturale scende di sette punti percentuali sotto i 50 euro.

Gli effetti dello shock energetico

Stiamo assistendo a una nuova rivalutazione del rischio da parte degli investitori: più aumenta la probabilità di una conclusione delle ostilità nell’arco di due o tre settimane, più diminuisce quella di ulteriori e distruttive escalation. L’euforia sui mercati, però, non necessariamente significa scampato pericolo per l’economia reale. Anche un cessate il fuoco ravvicinato infatti, avvertono in molti, non annullerebbe gli effetti dello shock energetico generato dal blocco degli idrocarburi del Golfo, che si manifestano con un certo ritardo e paiono destinati a durare a lungo. «Prevediamo che l’ammanco di petrolio ad aprile sia doppio rispetto a marzo», ha avvertito giusto ieri il capo dell’Agenzia internazionale per l’Energia, Fatih Birol. Aggiungendo che la carenza di diesel e combustibile per aerei, due dei prodotti raffinati che risentono più della chiusura di Hormuz e che già si vede in Asia, arriverà tra questo e il mese di maggio anche in Europa. Se il conflitto non finisce entro fine aprile, gli ha fatto eco il capo di Ryanair Michael O’Leary, da giugno la compagnia potrebbe essere costretta a cancellare dei voli.

Tempi lunghi per la riduzione dei prezzi

La cosiddetta distruzione di domanda, cioè una riduzione scelta o obbligata dei consumi, non è quindi ancora esclusa. E pure laddove fosse scongiurata, gran parte degli analisti concorda nel dire che – a questo punto – i prezzi dell’energia impiegheranno parecchio tempo prima di tornare ai livelli pre-conflitto: il petrolio potrebbe restare sopra agli 80 dollari al barile almeno fino alla fine dell’anno, il gas naturale sopra i 40 euro (sul mercato europeo) fino alla prossima primavera. E gli effetti sull’inflazione sarebbero tali da condizionare le mosse delle banche centrali: la Bce in particolare potrebbe essere comunque costretta ad alzare il costo del denaro una o perfino due volte, prospettiva non favorevole alla crescita (né ai mercati). Tutto questo, va ripetuto, nel caso il conflitto finisca subito e – soprattutto – con una intesa sulla riapertura dello stretto di Hormuz. Ieri Trump sembrava voler lasciare quella patata bollente al resto del mondo, oggi assicura che è parte della trattativa: da lì passa la reale conclusione della guerra. Almeno dal punto di vista economico.


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