Sicilia

Università di Palermo, la corsa ai fondi e il laboratorio “fantasma”: ecco le accuse dei pm sulla truffa Ue

Doveva essere un progetto che mettesse insieme innovazione, ambiente, università e sviluppo del territorio. Bythos, acronimo di Biotechnologies for human health and blue growth, prometteva di trasformare gli scarti del pesce in risorse per la salute umana, la cosmetica, la nutraceutica e la blue economy in un laboratorio condiviso tra Sicilia e Malta dove ricercatori, imprese e istituzioni avrebbero dovuto lavorare insieme per dare nuova vita ai sottoprodotti della filiera ittica.

Secondo la Procura Europea, però, quel progetto finanziato con fondi del programma Interreg Italia-Malta 2014/2020 sarebbe stato usato in modo molto diverso: non come strumento di ricerca, ma come contenitore dentro cui far transitare spese fittizie, forniture sospette, rendicontazioni gonfiate e attività mai realmente svolte.

A rivelare i retroscena sono stati due ricercatori, che tra settembre 2021 e i mesi successivi hanno raccontato agli investigatori quello che stava accadendo dentro il progetto.

Le loro dichiarazioni sui costi rendicontati, sulle attività di ricerca mai viste, sui materiali che comparivano nei documenti ma non nei laboratori, e soprattutto su quel laboratorio di Lipari che avrebbe dovuto essere il cuore scientifico del progetto e che invece, nella ricostruzione accusatoria, hanno aperto la strada alle indagini.

«Sembrerebbe più una struttura fittizia piuttosto che un laboratorio vero e proprio», raccontano.

«Guardando il video dell’inaugurazione (giugno 2021, ndr), si vede chiaramente come si tratti di un locale attrezzato in modo alquanto approssimativo. L’allestimento del laboratorio infatti avvenne con grande ritardo, tanto che a un certo punto, c’era il rischio di perdere i fondi».

È qui che, secondo l’accusa, si innesta il comportamento attribuito a Vincenzo Arizza, allora direttore del dipartimento Stebicef dell’Università e responsabile scientifico del progetto.
Per la Procura, Arizza avrebbe cercato di tenere in piedi il progetto sul piano formale e amministrativo anche quando la struttura reale non era pronta, così da evitare che il mancato avanzamento delle attività facesse saltare il finanziamento.

Nei programmi europei, infatti, servono obiettivi raggiunti, spese coerenti, cronoprogrammi rispettati e risultati documentati. Se i target non vengono centrati, scatta il rischio del disimpegno, cioè della perdita delle somme: secondo gli investigatori, Arizza avrebbe attestato come completato e inaugurato il laboratorio di Lipari il 29 giugno 2021, quando invece – secondo la ricostruzione accusatoria – lavori, arredi, montaggi e collaudi sarebbero stati conclusi solo dopo.

In altre parole, il laboratorio sarebbe stato fatto apparire pronto prima che lo fosse davvero, così da far risultare il progetto in regola rispetto agli avanzamenti richiesti. Non solo.
Ci sarebbe stata una corsa a dare una forma materiale a ciò che nei documenti risultava già realizzato. Si parla di attrezzature acquistate dall’Università e trasferite a Lipari, di locali allestiti in ritardo, di materiali che avrebbero dovuto dimostrare l’esistenza concreta del progetto. Il laboratorio, più che luogo di ricerca, sarebbe diventato un set da esibire ai controlli.

A rafforzare la linea degli inquirenti è il racconto di Bartolomeo Bonino, amministratore e tecnico del territorio eoliano. Che ha spiegato di avere collaborato per anni con il Comune di Lipari a supporto a vari procedimenti di lavori pubblici e di avere poi lavorato direttamente per l’ente come istruttore tecnico.

Bonino racconta di avere seguito da vicino la fase di avvio del progetto e riferisce che quel laboratorio, dopo l’inaugurazione, «non era mai stato utilizzato» e che lui non vi aveva mai visto nessuno lavorare.
Secondo il suo racconto, anche in occasione di un controllo il laboratorio «presentava puzza di chiuso», come un luogo mai davvero entrato in funzione.


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