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Armory Show – Dead Souls: Manca una U :: Le Recensioni di OndaRock

Quarant’anni: è questo il tempo trascorso dalla pubblicazione di “Waiting For The Flood”, opera prima, e unica, degli Armoury Show, una promettente band formata da John McGeoch (Magazine, Siouxsie & The Banshees, Visage, PIL) e Richard Jobson, già membro degli Skids, una formazione nota al grande pubblico grazie alla cover realizzata dagli U2 con i Green Day di “The Saints Are Coming” e per essere stata capitanata da Stuart Adamson, in seguito leader dei Big Country.

Dopo aver resuscitato il nome Skids con la complicità dei fratelli Bruce e Jamie  Watson (Big Country), Richard Jobson ripristina anche gli Armoury Show, con una lieve modifica al nome originale in Armory Show, che all’epoca fu rifiutato dalla band, pur essendo la vera denominazione della mostra d’arte moderna di New York che ispirò il gruppo scozzese.
A molti potrà sembrare una pura speculazione nostalgica aver riesumato la sigla Armory Show mentre gli Skids sono ancora attivi, sono però palesi le differenze tra le due proposte di Richard Jobson. “Dead Souls” rappresenta, infatti, l’animo oscuro dell’autore: tanto le canzoni degli Skids sono esuberanti, tanto quelle degli Armory Show sono introspettive. Sembra quasi che Jobson abbia diviso le sue composizioni affidandosi alla semplice differenza tra tonalità maggiori e tonalità minori. Quel che accomuna le due band è la scelta del leader di avvalersi di collaborazioni estemporanee, basate su affinità elettive e rapporti di stima e amicizia consolidati.

Quarant’anni non sono passati inutilmente, “Dead Souls” è un disco più coeso e intrigante del lontano esordio, a partire dall’ottima “Harry Dean Stanton” (non c’è bisogno di rimarcare a chi sia dedicata), nulla è andato perduto del pur glorioso passato. E’ comunque anche la cura degli arrangiamenti di Martin Metcalfe l’elemento che esalta lo spirito epico della title track, il vorticoso intreccio di synth e percussioni in stile kraut-rock di “Rhineland  Blues”, le oscure trame di “Nothing” e la logora natura glam-rock di “The World Stopped Turning”, preziosi tasselli di un disco che, pur passato sottotraccia, resta un pregevole documento della vitalità di un musicista che non sembra intenzionato a deporre le armi.

29/03/2026




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