Negoziato di facciata. Continuare la guerra rimane (per adesso) nell’interesse di tutti
La chiamano trattativa, ma ormai è solo un atto dovuto. A cui non crede più nessuno. Non l’America di Donald Trump alla disperata ricerca di un successo militare che le permetta di dichiarare vittoria. Anche a costo di consistenti perdite umane. E men che mai l’Israele di Benjamin Netanyahu dove si guarda ad una guerra di lunga durata come l’unico valido antidoto alla minaccia iraniana.
E non di certo l’Iran di Ahmad Vahidi, il nuovo capo dei pasdaran che ha emarginato il presidente Masoud Pezeshkian e imposto come successore di Alì Larijani alla testa del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale Mohammad Bagher Zolghadr un vecchio falco formatosi tra le fila dei Guardiani della Rivoluzione. Il Paese è, insomma, nelle mani di una leadership radicale convinta che per vincere basti, resistere, guadagnare tempo e sopravvivere agli attacchi americani.
A questo punto gli unici a credere – o a investire – nel negoziato sono il Pakistan, Paese che ospita la trattativa, e il triumvirato di Turchia, Egitto, Arabia Saudita presente da ieri a Islamabad con i propri ministri degli Esteri. Dal punto di vista di questi Paesi il negoziato rappresenta soprattutto un investimento politico e strategico. Nell’ottica dei quattro Paesi islamici la mediazione tra Usa e Iran risponde soprattutto al bisogno di creare un nuovo asse strategico. Un asse in cui il Pakistan garantisce un ombrello nucleare, mentre Turchia ed Egitto contribuiscono con eserciti potenti e numericamente agguerriti. Il tutto sostenuto dalla capacità finanziaria ed energetica dell’Arabia Saudita.
Il progetto che prevede anche una possibile gestione dello stretto di Hormuz è figlio dello scompiglio geopolitico creato dagli attacchi missilistici iraniani. Attacchi che hanno esacerbato il rapporto con gli Emirati Arabi, considerati troppo vicini a Israele, e con un’America disponibile a lasciar al loro posto gli eredi di Khamenei e quindi incapace di offrire garanzie e sicurezza ai paesi dell’area. Dunque gli stessi negoziatori sembrano scommettere sulla continuazione della guerra. E sulla necessità di attrezzarsi per far fronte alla ritirata degli Usa e alla sopravvivenza di un regime sciita reso ancor più pericoloso e radicale dall’egemonia dei pasdaran.
Dietro la trattativa avviata a Islamabad si delinea insomma l’inesorabile consapevolezza di andar incontro ad nuova fase del conflitto caratterizzata dall’intervento di terra statunitense. L’arrivo nell’area del 31º Marines, partito da Okinawa e forte di oltre 2.200 uomini, è il primo embrione di una forza che grazie ai 3mila paracadutisti dell’82ª divisione e ai marines dell’11º Corpo salpati dalla California potrebbe contare a metà aprile – quindi subito dopo la scadenza dei 10 giorni assegnati da Trump alla trattativa – circa 8mila uomini. L’equivalente della forza di sbarco impiegata nel lontano 1983 per occupare Grenada, l’isolotto dei Caraibi minacciato al tempo da Cuba.
Oggi il terminal petrolifero di Kharg o la cornice di isole iraniane intorno ad Hormuz rappresentano obbiettivi militarmente molto simili. Strategicamente rappresentano, invece, un obbiettivo significativo per gli Usa e sacrificabile per l’Iran. Conquistando le isole di Hormuz Trump può affermare di aver sbloccato lo Stretto. Prendendo Kharg può dire di aver sottratto all’Iran il suo principale terminal petrolifero.
In entrambi i casi Teheran può sostenere,
invece, di aver resistito mantenendo il controllo di gran parte dei propri territori. La guerra resta insomma l’unica prospettiva capace di garantire una simbolica vittoria sia a Donald Trump, sia al potere dei pasdaran.
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