«Sessismo contro Giorgia Meloni»: condannato per gli insulti alla premier

di Enzo Beretta
«Post e video dal contenuto privo di argomentazioni e collegamento con un giudizio obiettivo, connotati da espressioni volgari, denigratorie, ingiuriose e spregiative, oltre ad assumere i connotati di un comportamento sessista». È quanto scrive il giudice Antonietta Martino nelle motivazioni della sentenza attraverso cui ha condannato a 1.800 euro di multa per il reato di vilipendio nei confronti del Governo della Repubblica Italiana un 47enne di Catanzaro che sul proprio profilo Twitter nel 2022 aveva inveito contro la premier Giorgia Meloni. L’uomo, «avvezzo alle denigrazioni, offese, minacce e dileggio», dovrà subito pagare un risarcimento danni di 10.000 euro alla premier, oltre alle spese processuali. Al centro del processo alcuni post «di rilevanza penale per espressioni maggiormente lesive dell’onore oltre che intimidatorie» nelle quali si alludeva a Berlusconi, all’esecutivo e alla frase choc «Meloni va giustiziata» rintracciata dalla sezione Cyberterrorismo della Polizia di Stato che insieme alla Digos monitora «fenomeni estremisti sui social network».
«Insulti non sono diritto di critica» Scrive Martino: «Gli appellativi rivolti al Governo della Repubblica Italiana, presieduto dall’On.Giorgia Meloni, sono da considerarsi volgari, denigratori, ingiuriosi e spregiativi, allusivamente minacciosi, non inseriti in un discorso strutturato di critica, anche politica, né riferiti a specifici comportamenti o azioni, bensì diretti a svilire e dileggiare non solo il governo in carica e il suo rappresentante ma lo Stato stesso. La legittimità della critica, anche politica – si legge – non autorizza ad utilizzare termini che per la loro gratuita oltraggiosità e portata denigratoria eccedano i limiti anche alla luce della cosiddetta evoluzione del linguaggio usato sui social network». «Il diritto di critica – scrive il giudice – non legittima l’insulto e deve mantenere un minimo di razionalità e di connessione con i fatti, trovando il suo limite nell’uso di espressioni gratuitamente volgari, offensive e lesive del prestigio del soggetto criticato».
«Condivisione è responsabilità» Ad oggi – è spiegato nella sentenza – il profilo twitter nel quale la polizia aveva individuato «ben 134 post con chiave di ricerca ‘Meloni’» è «bloccato per violazione delle regole». Il calabrese nel corso di dichiarazioni spontanee durante il processo «ha negato gli addebiti affermando di non avere mai scritto le frasi in contestazione ma, quale blogger, di avere solo condiviso circa 150 tera giga di contenuti e che ciòpotrebbe essere stato il frutto di uno ’sharing’». Ma, stigmatizza il giudice di Perugia: «Le attività di condivisione impongono in ogni caso a carico dell’utente la completa ed esclusiva responsabilità per tutti i contenuti postati, condivisi o trasmessi, sia pubblicamente che in modo privato». «L’istruttoria – conclude il giudice – ha provato oltre il ragionevole dubbio la responsabilità dell’imputato». Nel processo la pubblica accusa è stata rappresentata in aula dal pm Michela Turchetti, in rappresentanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri c’era Roberto Ristori dell’Avvocatura distrettuale dello Stato.
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