Asse Donald-Bibi e le incognite sull'ultimatum
Le tessere del mosaico di questa guerra sono come i fondi del caffè in cui i veggenti credono di leggere il futuro. Vediamo che se da una parte JD Vance gioca il ruolo del poliziotto buono che vuol andare presto a un accordo, dall’altra Marco Rubio ha le idee chiare sulla inagibilità di una trattativa e parla di quattro settimane. Il 6 aprile scade il nuovo ultimatum. Serve a dare agli iraniani qualche giorno per ripensarci: ma dei 15 punti non ce n’è neppure uno che possano accettare, e Trump lo sa. L’Iran è a pezzi, la leadership eliminata, si calcola che siano state distrutte il 70 per cento delle strutture belliche, e mentre si parla di trattativa sia gli americani sia gli israeliani di fatto non hanno rallentato nessuna operazione. Negli ultimi giorni sono state bombardate fabbriche di armamenti, e quelle di acqua pesante per il progetto atomico.
Un difetto della nuova scadenza è che dà tempo al regime per arruolare sottotraccia milizie sciite irachene e così minacciare il popolo: un regime fragile e incattivito sopravvissuto potrebbe intraprendere una persecuzione simile a quella del 1988 quando Khomeini decise che il Paese andava ripulito e sterminò il suo popolo a milioni. Il fatto che Trump seguiti a vagheggiare un accordo, dunque, terrorizza e blocca i dissidenti nelle case, il regime viene ringalluzzito. Ma Israele e gli Usa combattono colpiscono le strutture industriali e militari, cosa che garantisce, come ripete Trump, che il regime sia ridotto al lumicino. Probabilmente il 6 aprile è l’ultima data concessa. Trump sa che una volta che Hormuz fosse aperto o Kharg occupata, la crisi mondiale potrebbe esser curata dalla libertà di movimento, e dalla novità che i Paesi del Golfo, gli Emirati, l’Arabia Saudita, rassicurati dopo i bombardamenti iraniani, svilupperebbero un rapporto con l’Occidente molto più fiducioso. Soprattutto, dopo il rinnovato attacco degli Houthi, Mohammed Bin Salman, che ha più volte incitato Trump verso la vittoria, potrebbe entrare negli Accordi di Abramo nell’ambito di uno scudo di sicurezza generale, e non sulla base irrealizzabile dello Stato palestinese che in questa situazione non può nascere. Se Trump riapre Hormuz e persegue anche il secondo obiettivo, la consegna definitiva dei 460 kg di uranio arricchito al 60 per cento (se restassero anche in percentuale bassa nelle mani iraniane in breve tornerebbero a prefigurare un’arma atomica in mano a uno stato terrorista) anche Israele potrebbe adattarsi momentaneamente a una vittoria parziale. Questo però se il fronte con gli Hezbollah viene messo in sicurezza così da permettere alla gente di Israele di vivere in pace. Trump con marines e paracadutisti o deciderà di agire direttamente, boots on the ground, o riuscirà a creare una deterrenza effettiva. La prima ipotesi è la più realistica. Israele, se un cessate il fuoco garantisse la fine della minaccia atomica, potrebbe accettare per il momento puntando al successivo cambio di regime. Gli ayatollah restano un pericolo per tutti. L’orologio che a Teheran segna il conto alla rovescia per Israele ticchetta per tutti. Al momento Israele deve riconquistare il nord devastato e si può prevedere uno sforzo bellico che spinga il Libano a disarmare sul serio la milizia terrorista di cui è prigioniero il Paese. La guerra continua, Trump e Netanyahu andranno sulla stessa strada, indispensabili l’uno all’altro.
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