Sicilia

Gli Usa preparano operazioni di terra, Teheran: «Li bruceremo»

Un’operazione di terra lunga settimane fatta di incursioni mirate e non un’invasione vera e propria su larga scala. Il Pentagono lima i piani per la prossima fase della guerra in Iran qualora Donald Trump decidesse per l’escalation. L’Iran si è detto pronto a fronteggiare sul campo gli americani e li ha sfidati: «Li aspettiamo, daremo loro fuoco», minaccia il potente capo del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.

Per ora il commander-in-chief sembra comunque preferire l’opzione diplomatica e ha fissato al 6 aprile il suo nuovo ultimatum prima di colpire le centrali elettriche iraniane. A Islamabad sono iniziate le consultazioni dei negoziatori di Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita, concentrate prevalentemente sulle proposte per riaprire lo Stretto di Hormuz, di cui Teheran avrebbe chiesto il controllo nella risposta al piano per la pace in 15 punti degli Stati Uniti. Allo studio, secondo le indiscrezioni raccolta da Reuters, c’è l’ipotesi avanzata dall’Egitto che prevede l’imposizione nello Stretto di tariffe simili a quelle del Canale di Suez. Turchia, Egitto e Arabia Saudita da parte loro potrebbero invece formare un consorzio per gestire il passaggio del flussi di petrolio attraverso Hormuz, proposta che sarebbe stata discussa con Usa e Iran. La riapertura del passaggio è ritenuta centrale dai paesi del Golfo, che devono all’oro nero la loro ricchezza e la loro forza sul palcoscenico mondiale. Se dovesse restare chiuso a lungo i prezzi del greggio schizzerebbero, le loro entrate calerebbero e una recessione globale sarebbe inevitabile.

Se le trattative non portassero i risultati sperati da Washington, Trump potrebbe decidere di usare le migliaia di truppe americane arrivate già nell’area nell’ambito dell’operazione Epic Fury. Un ulteriore rafforzamento non è escluso: il Pentagono sta valutando infatti l’invio di altri 10.000 soldati portando il totale a 17.000 uomini pronti a entrare in azione. Una cifra inferiore rispetto ai dispiegamenti per le invasioni di Afghanistan e Iraq, ma sufficiente a portare a termine incursioni mirate. Le truppe infatti potrebbero essere usate per sequestrare o occupare Kharg, dove transita l’80% dell’export petrolifero iraniano. Nel mirino potrebbero finire anche altre sette isolette nello Stretto (Abu Masa, Greater Tunb, Lesser Tunb, Hengam, Qeshm, Larak e Hormuz), chiamate l’“arco di difesa» dell’Iran e ritenute cruciali per garantire il passaggio sicuro nello Stretto. Nei piani del Pentagono ci potrebbe anche essere l’utilizzo della Delta Force per azioni mirate nell’Iran continentale, quali il sequestro dell’uranio della centrale nucleare di Isfahan, intrappolato sotto terra dopo i bombardamenti americani dello scorso giugno. Operazioni che comportano tutte rischi elevati e fra le quali Trump potrebbe presto decidere.

«Non ha alcuna buona opzione a diposizione», hanno riferito alcuni osservatori ai media americani, spiegando come lo schieramento di truppe di terra è una ipotesi reale visto che sarebbe difficile spiegare gli immensi costi sostenuti per spostare le portaerei e i soldati solo per fare pressione e avere maggiore leva al tavolo negoziale. Le alternative a disposizione di Trump al momento appaiono limitate. Da una parte può accettare un accordo di pace imperfetto e uscire dal conflitto o optare per un’escalation che potrebbe costargli cara in casa. Nel piano per la pace in 15 punti presentato dalla Casa Bianca c’è la rinuncia di Teheran all’arma nucleare e all’uranio arricchito e non è ancora chiaro quale sia la linea rossa fissata da presidente.

Il tycoon infatti continua a inviare messaggi contrastanti sulla guerra, contribuendo così a spaccare il movimento Maga e mettendo in pericolo le chance di nomination al 2028 di JD Vance. Il vicepresidente ha visto calare dal 61% al 58% le sue preferenze al sondaggio della Cpac, la conferenza dei conservatori durante la quale i giovani repubblicani hanno bocciato il presidente, la guerra e la difesa senza se e senza ma di Israele. Le prime crepe sono emerse anche nel fronte finora compatto dei repubblicani in Congresso, per i quali ’boots on the ground’potrebbero essere il limite da non valicare, neanche per il presidente.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »