Quando il senso di colpa che può affliggere anche le vittime

“Se avessi parlato prima.”
“Se me ne fossi andata.”
“Se non avessi detto quella cosa.”
Il senso di colpa è uno dei lasciti più dolorosi e silenziosi del trauma. Resta anche quando la responsabilità è chiaramente dell’altro, anche quando la violenza è evidente, documentata, riconosciuta. La vittima continua a interrogarsi, a rivedere ogni dettaglio, ogni scelta, ogni parola, come se da qualche parte ci fosse un bivio mancato che avrebbe potuto cambiare tutto.
Questo meccanismo non è debolezza. È una strategia psichica di controllo illusorio. Pensare di aver sbagliato dà l’impressione che il dolore fosse evitabile, che esistesse una via d’uscita se solo si fosse agito diversamente. Attribuirsi una colpa diventa, paradossalmente, meno spaventoso che accettare una verità più dura: non tutto era sotto il proprio controllo.
Ma la violenza non nasce da un errore della vittima. Nasce da una scelta dell’autore. Da un atto deliberato, da una responsabilità precisa. Spostare il peso su di sé significa continuare a farsi carico di qualcosa che non appartiene. Significa prolungare il trauma, mantenerlo vivo sotto forma di autoaccusa.
Il senso di colpa si insinua soprattutto dove c’è stata manipolazione, dove la vittima è stata portata a dubitare di sé, delle proprie percezioni, dei propri confini. “Forse ho esagerato”, “forse me lo sono meritata”, “forse avrei dovuto capire prima”. Frasi che raccontano non una colpa, ma una ferita profonda dell’autostima.
Liberarsi dal senso di colpa è uno dei passaggi più complessi e più importanti nel percorso di guarigione. Significa restituire le responsabilità a chi le ha, smettere di punirsi per essere sopravvissuti, riconoscere la propria innocenza emotiva. Nessuno merita la violenza subita. E nessuno dovrebbe continuare a pagarne il prezzo, nemmeno dentro di sé.
Source link




