Basilicata

Rende Teatro Festival, Maurizio Casagrande: «Quando vengo in Calabria mi sento a casa»

Maurizio Casagrande è pronto a riabbracciare la Calabria con “La prova del nove”. Lo spettacolo, in scena il 30 marzo al Teatro Auditorium Unical, è un gioco teatrale in continuo mutamento, capace di cambiare pelle sotto gli occhi del pubblico e di oscillare tra musica, comicità e racconto. Tra ironia e riflessione, l’artista si racconta in questa intervista.


RENDE (COSENZA) – Non aspettatevi una semplice commedia. E neppure un concerto. Lunedì 30 marzo, al Teatro Auditorium Unical, andrà in scena un gioco teatrale pronto a cambiare pelle sotto gli occhi del pubblico, oscillando tra musica, comicità e racconto. A guidare questo viaggio sarà Maurizio Casagrande, attore, regista e sceneggiatore, tra i volti più amati della comicità italiana, protagonista del nuovo appuntamento del Rende Teatro Festival con “La prova del nove”. Lo spettacolo, inserito nel cartellone della kermesse organizzata da Dedo Eventi di Alfredo De Luca in collaborazione con l’Università della Calabria, il patrocinio del Comune di Rende e il cofinanziamento della Regione Calabria, si presenta come un vero e proprio caleidoscopio scenico in continua trasformazione.

Sketch esilaranti, dialoghi serrati e ritmi incalzanti si intrecciano in una struttura fluida, dove la musica diventa parte integrante della narrazione. Accanto a Casagrande, un ensemble che amplifica la dimensione scenica: la cantautrice napoletana Ania Cecilia, il comico Bruno Galasso e l’orchestra composta da Giuseppe Iervolino, Sergio Dileo e Salvatore Rainone.

Al centro del racconto c’è un pretesto narrativo tanto comico quanto amaro: la storia di un artista che scopre di non essere mai davvero riconosciuto, nemmeno dai colleghi, e si trova costretto a confrontarsi con la propria identità e le contraddizioni del mondo dello spettacolo. Il titolo, “La prova del nove”, diventa così una doppia chiave di lettura: verifica finale prima del debutto e, allo stesso tempo, metafora esistenziale. Un percorso imprevedibile, costellato da equivoci, sorprese e rivelazioni. Perché, in fondo, la vita resta una prova del nove che non garantisce mai il risultato, ma rende il percorso decisamente interessante. Ed è proprio in questo intreccio tra finzione e verità, tra palcoscenico e identità, che prende forma il dialogo con Maurizio Casagrande: un’intervista che va oltre lo spettacolo, esplorando il delicato e intenso rapporto tra l’attore e il pubblico.

Maurizio Casagrande, è pronto a riabbracciare la Calabria con “La prova del nove”, dopo il successo dello scorso anno con “Il viaggio del papà”?

«Assolutamente sì! Amo questa terra. Ho avuto sempre grande affetto qui e ne sono felice. Sono un “sudista” convinto, nel senso più positivo del termine. Non ho nulla contro il Nord, ma credo che qui viviamo in una delle parti più belle del Paese, per paesaggio, storia, identità. Quando vengo in Calabria mi sento a casa. È vero che gli esseri umani sono tutti belli, ma quando sono la tua famiglia lo sono un po’ di più. Sto girando con due spettacoli contemporaneamente, nati quasi per gioco, dicendo: «Vediamo che succede». Poi però succede davvero qualcosa… e siamo “costretti”, diciamo così, a portarli avanti per anni, perché il pubblico li richiede. Ed è bellissimo».

Il titolo di questo spettacolo, “La prova del nove”, richiama la matematica, ma anche la vita…

«Esatto. Mi ha sempre divertito il fatto che la prova del nove, quella matematica, in realtà sia fallace. Non dà una certezza assoluta perché non è detto che, se la prova del nove torna, la formula matematica era esatta. È probabile, ma non è certo al 100%. E questa cosa mi somiglia molto. Adoro l’errore, l’approssimazione… ma attenzione: nelle scelte, nelle certezze. Nella messa in scena, invece, serve rigore. È il risultato finale a restare sempre aperto, imprevedibile, indeterminato».

Come prende forma questa idea sul palco?

«Attraverso il teatro nel teatro. Interpreto un attore abbastanza popolare. Un produttore un po’ cialtrone mette in piedi uno spettacolo alle mie spalle. In realtà, è tutto un complotto: una cantante è convinta di essere la protagonista, mentre a me viene presentata come corista. Il gioco è questo: mi ritrovo a costruire lo spettacolo insieme al pubblico ma in realtà sono completamente abbandonato a me stesso, nel tentativo disperato di non fare una figuraccia».

Quindi, troveremo tanta improvvisazione?

«In apparenza sì, ma in realtà è tutto costruito nei minimi dettagli. È proprio questo il divertimento: dare l’illusione del caos quando invece c’è una struttura solidissima. È un meccanismo delicato, ma quando funziona è pura magia».

C’è anche un ritorno alla musica, dico bene?

«Sì, ed è una parte fondamentale. Nasco musicista, quindi per me è stato come un ritorno a casa. Sul palco ci sono tre musicisti straordinari… che però recitano. E gli attori, invece, suonano e cantano. Ho voluto ribaltare i ruoli, giocare con le aspettative. È un continuo scambio, un equilibrio instabile, proprio come la prova del nove».

Musica, teatro, comicità: qual è stata la sfida più grande nel trovare un equilibrio tra tutti questi elementi?

«La sfida è stata far funzionare tutto senza dare la sensazione di qualcosa di approssimativo. A me interessava che ci fosse una linea narrativa che tenesse tutto insieme. E devo dire la verità: lo spettacolo è riuscito perfettamente. Il pubblico va via entusiasta, convinto di aver visto qualcosa di nuovo, diverso da quello che c’è in giro, e allo stesso tempo pienamente soddisfatto. Questo, per me, è il complimento più grande».

Un lavoro che ha tutti i presupposti per essere anche una sfida personale, dico bene?

«Direi proprio di sì. A 64 anni cerco di non ripetermi, di non fare cose già fatte, di non diventare la versione stanca di me stesso. Ogni spettacolo deve essere un tentativo di andare altrove».

Maurizio Casagrande, com’è stato lavorare con musicisti e attori?

«Molto difficile, perché hanno dovuto fare un laboratorio più che semplici prove. All’inizio c’erano dubbi, incertezze, persino paure. Un musicista ha affermato: “A me non interessa recitare”. Ma io ho risposto: “Allora rischi di diventare un elemento di disturbo nello spettacolo”. I musicisti diventano personaggi attivi, protagonisti della storia».

In scena, oltre a recitare, suona diversi strumenti…

«Sì, canto, suono la batteria, la chitarra, il basso, il pianoforte… faccio un po’ tutto. È sempre nel gioco delle parti. Nasco batterista, ma da giovane, se volevi fare conservatorio, la batteria era limitante, così ho esplorato altri strumenti. La curiosità di capire come funzionano e interagiscono gli strumenti è stata fondamentale. Credo che questa curiosità sia alla base della cultura: andare verso ciò che non conosci, piuttosto che accontentarti di ciò che già sai».

Il suo spettacolo ha una struttura complessa, ricorda un caleidoscopio. Quanto spazio c’è per la libertà in scena?

«Moltissimo. La pretendo. Lavorare con me significa stare sempre sul pezzo, perché cambio continuamente le cose in scena. Appena mi accorgo che un attore si “adagia” sulla recitazione, intervengo. Cambio l’ordine delle battute, anticipo una frase, modifico i tempi. E allora li metto alla prova: “Questo l’ho già detto, perché lo ripeti?”. Oppure anticipo una risposta e, se l’attore la ripete allo stesso modo, lo fermo: “Non hai sentito che l’ho già detto?”. Quindi, deve cambiare la risposta».

Una macchina scenica in continuo movimento…

«Esatto. Il meccanismo è questo: devi essere sempre vivo. Non c’è un autore esterno – lo spettacolo l’ho scritto io – e anche quando lavoro su testi altrui chiedo totale libertà in scena. Il teatro non è mai scritto una volta per tutte: è un organismo che cambia e vive con chi lo abita».

Sceneggiatore, attore e regista. Maurizio Casagrande, quanto cambia il suo sguardo sullo spettacolo?

«Cambia tutto. Puoi dare un quid in più o anche in meno, dipende dai punti di vista. Ci sono sicuramente visioni più accademiche e precise della mia, e hanno tutte le ragioni di esistere. Io però credo che il teatro sia anarchico: ha bisogno di una struttura fortissima, per non andare allo sbando, ma dentro quella struttura deve esserci materia viva. Non rigidità».

E in questo gioco emerge anche tutta la sua ironia partenopea…

«Sì. In scena, sono una vittima inconsapevole di quello che accade. L’uomo sicuro, convinto della propria centralità, che finisce continuamente travolto dagli eventi. La mia idea è semplice: se devo suonare tutti gli strumenti, serve una scusa narrativa».

Che tipo di scusa?

«Nel mio spettacolo, per esempio, alcuni musicisti non arrivano mai. C’è un chitarrista che si chiama Godotti – non a caso, perché è un po’ il nostro “aspettando Godot”. Non arriva, quindi qualcuno lo sostituisce. È un continuo scambio di ruoli».

Nel testo si parla anche di un artista non riconosciuto. A chi si riferisce?

«Gli artisti non riconosciuti oggi sono i giovani. Io sono molto critico verso un sistema che non coltiva più il talento. Spesso, vedo attori mediocri diventare famosi, a volte per dinamiche che col talento c’entrano poco. Io invece amo circondarmi di persone brave».

Maurizio Casagrande, ritiene che la prova del nove per un attore sia il teatro?

«Assolutamente sì. Attenzione, non mi riferisco al teatro in sé, ma all’effetto che produce sul pubblico. Alla fine dello spettacolo mi rivolgo sempre agli spettatori dicendo: La prova del nove ce l’avete voi. Se domani mattina vi resta un pensiero, un sorriso, un ricordo, allora questo è stato davvero uno spettacolo. Se non vi rimane niente, allora vi abbiamo rubato i soldi».

Qual è la sua prova del nove?

«La prova del nove per me è avere la mia stessa approvazione, il che è veramente complesso. Posso guardare un film in cui sono protagonista e riconoscere di essere un attore valido, ma trovare piena soddisfazione è difficilissimo. Per esempio, recentemente ho lavorato al film di Vincenzo Marra, “Era”, in cui interpreto un prete all’interno di una famiglia complicata. È stato molto interessante, perché affronta temi forti con estrema delicatezza».

Il più grande insegnamento ricevuto nella sua carriera?

«Sicuramente mio padre, con la sua presenza, mi ha insegnato cosa sono l’eleganza e la misura. Ma anche cosa significa esagerare. Perché l’attore non deve essere sterile, trattenuto. Esagerare vuol dire andare oltre il necessario. A volte devi anche urlare, se quello che stai facendo lo richiede. La misura è capire questo equilibrio».

Prossimi progetti?

«Di recente, ho collaborato con Massimiliano Gallo nell’opera prima “La salita”. Ad oggi, sento forte il desiderio di tornare dietro la macchina da presa, nonostante avessi giurato di non farlo più. Come attore, mi interessa lavorare con chi è davvero bravo, senza preconcetti o presunzione. Ho avuto esperienze incredibili, con Giovannino Esposito, Pintus, e tanti altri: il divertimento nasce dall’interazione con persone capaci e umili».

Cosa le piacerebbe che il pubblico portasse con sé dopo aver assistito a questo spettacolo?

«La percezione di un artista che non porta mai in scena qualcosa che non senta profondamente».


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