Social e coltelli ‘linguaggio della violenza giovanile’
“L’adolescenza non è mai stata un’età semplice, ma oggi è attraversata da tensioni nuove e da squilibri sempre più profondi”. Nella sua analisi del mondo giovanile contemporaneo, Giuseppe Vinci, presidente dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della Regione Puglia, richiama i numerosi episodi, in Puglia come nel resto del Paese, in cui ragazzi compiono atti violenti, li filmano e li trasformano in contenuto da condividere sui social. Il riferimento va anche al recente caso di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, dove un tredicenne ha accoltellato una docente trasmettendo l’episodio in diretta.
“Non vogliamo che questi fatti diventino il ritratto di un’intera generazione – osserva Vinci – ma non possiamo neppure liquidarli come episodi isolati. Sono segnali gravi, che ci obbligano a interrogarci non solo sui comportamenti dei ragazzi, ma sul contesto sociale e culturale in cui quei comportamenti maturano”. Per l’Ordine degli Psicologi di Puglia, la violenza giovanile non può essere letta soltanto come effetto di una fragilità individuale o di un cattivo uso delle tecnologie. È anche il prodotto di un ambiente più ampio, segnato da disuguaglianze sociali, povertà educativa, indebolimento dei legami e crescente difficoltà, per molti adolescenti, a trovare luoghi affidabili di riconoscimento, ascolto e contenimento.
“Ci sono ragazzi – spiega lo psicologo – che crescono in contesti dove le opportunità sono scarse, le reti di sostegno fragili, i modelli identificativi incerti. In queste condizioni la frustrazione, il senso di esclusione e la rabbia possono accumularsi senza trovare parole, pensiero o canali di elaborazione. E quando mancano strumenti interiori e presìdi educativi, il rischio è che il gesto impulsivo, provocatorio o violento diventi una scorciatoia per esistere agli occhi degli altri”. A questo si aggiunge il peso delle culture adulte. “I giovani – continua Vinci – non apprendono solo da ciò che diciamo loro, ma soprattutto da ciò che vedono. E troppo spesso il mondo degli adulti consegna messaggi contraddittori: chiede rispetto, ma pratica aggressività; invoca regole, ma legittima scorciatoie; condanna la sopraffazione, ma premia l’esibizione, la derisione, l’annientamento dell’altro”.
In questo quadro, i social non inventano da zero la violenza: la amplificano, la rendono spettacolo, le danno velocità e pubblico. Il problema, dunque, non è solo il digitale, ma il modo in cui esso si innesta su un terreno già fragile. “Molti adolescenti – sottolinea il presidente degli psicologi pugliesi – vivono immersi in una cultura in cui il confine tra esperienza e rappresentazione si assottiglia. Il dolore diventa contenuto, il conflitto diventa performance, la trasgressione diventa linguaggio di appartenenza. Se a questo si sommano isolamento, solitudine emotiva e assenza di riferimenti adulti credibili, la violenza può apparire non solo possibile, ma perfino normale”.
Per lo psicologo, la prevenzione della violenza giovanile non passa solo dalla sanzione, ma dalla ricostruzione di legami, dalla riduzione delle disuguaglianze e da una più seria assunzione di responsabilità da parte del mondo adulto. “I ragazzi – conclude Vinci – ci stanno dicendo, anche nei modi più distorti, che c’è un disagio le cui manifestazioni estreme devono essere fermate, ma che va ascoltato e affrontato con strumenti sociali, educativi, psicologici all’altezza della complessità del presente”. Per questo l’Ordine degli Psicologi di Puglia richiama la necessità di un investimento più ampio e strutturale: sostegno psicologico nelle scuole, programmi di educazione alle relazioni, contrasto alla povertà educativa, spazi di aggregazione qualificati, formazione degli adulti e ricostruzione di un’alleanza educativa tra famiglie, scuola, servizi e istituzioni.




