Cultura

Suede – Live @ Fabrique (Milano, 27/03/2026)

Credit: Ed Webster, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Brett. Brett. Fortissimamente Brett Anderson.

E qui potremmo chiudere il nostro report sul live milanese dei Suede. Sì perché questo splendido 59enne ha letteralmente fatto il bello e cattivo tempo in quel del Fabrique. Una specie di animale in gabbia: indomabile e instancabile, intento a incitare i presenti tanto quanto a muoversi e a inginocchiarsi e sdraiarsi per terra nei momenti più topici, dispensatore di sorrisi e pronto a cercare la folla, come se avesse più lui bisogno del contatto che il fan che brama stringere la mano al proprio idolo. Brett Anderson (con i suoi pantaloni super slim che immagino gli fermeranno la circolazione del sangue alle gambe) catalizza sguardi e passione: gli stessi schermi al lato del palco non inquadreranno mai, e dico mai, il resto della band (citiamo almeno Richard Oakes, impeccabile e travolgente alla chitarra ma impegnato, come mi si fa notare, sul versante fisico, nella trasformazione in Ghigo Renzulli dei Litfiba), solo e sempre il leader, a tal punto che veramente sembra di assistere al Brett Anderson Show.

Bisogno partire da qui, da questo leader trascinante e carismatico che questa sera sul palco ha dato veramente il 110% (e la camicia sudatissima alla fine lo dimostra), per parlare del concerto dei Suede che tornavano in Italia dopo una lunga attesa. Il pubblico è quello delle grandi occasioni: un Fabrique sold out attende spasmodicamente il gruppo inglese e la buona performance degli apripista Swim School, con il loro alt-rock carico e muscoloso, scalda a dovere gli animi.

La storia musicale della band si riflette inevitabilmente sui presenti: tra le chiacchiere percepite c’è chi vorrebbe molti pezzi dell’età dell’oro dei primi album e chi invece si aspetta di sentire il materiale nuovo, che vede un profondo taglio post-punk. Nelle scalette precedenti, sopratutto nel tour inglese, i Suede avevano saputo bilanciare a dovere la proposta, ma questa sera chi sperava di poter testare il nuovo disco live ha avuto una cocente delusione, visto che l’unico brano in scaletta da “Antidepressants” è “June Rain”, eseguita in modo decisamente sentito e passionale, giusto dirlo. Appena un po’ meglio va a “Autofiction” che sfoglia 2 petali dalla sua margherita, ovvero “Personality Disorder” e “Shadow Self”, quest’ultima quasi fin troppo fragorosa e carica. Poi è un tripudio di passato, con “Coming Up” sugli scudi con ben 6 (!!) brani proposti, ma anche il primo album e “Head Music” hanno avuto buona visibilità.

Ora, sorge spontanea una domanda sul perché la band abbia preferito tracciare una simile setlist? Ne parlavo con il collega Gianni dki IFB, anche lui presente alla serata. Sicuramente può aver influito il fatto che “Coming Up” qui in Italia è stato il disco che li ha fatti esplodere e conoscere a un livello decisamente alto e questa cosa è stata, come dire, celebrata e confermata anche dalla band, oppure si può ipotizzare che la scaletta abbia guardato tanto ai primi album forse per una questione di approccio vocale del buon Brett. Sì perché il nostro, nonostante un fuoco sacro che non lo ha tenuto fermo un attimo, sicuramente bene non stava. Una tosse costante gli ha dato spesso fastidio e in alcuni punti la voce ha avuto qualche attimo di difficoltà, ecco che forse rifugiarsi su un certo tipo di brani gli ha permesso di gestirsi al meglio per tutto uno show. Vederlo così tanto in mezzo il pubblico a volte mi faceva pensare che quello che non riusciva a dare vocalmente lo stava comunque dando con la massima e totale vicinanza fisica ai presenti, in un gioco emozionante di equilibri.

Sia come sia ammetto che un po’ dispiace: la tanto attesa botta post-punk, con il taglio oscuro e rabbioso delle ultime produzioni, non è minimamente arrivata, a tal punto che non sembrava nemmeno il tour di “Antidepressants” e il concerto è stato un viaggio, comunque piacevole dai, nel glam degli esordi (e nulla mia toglie dalla mente che, comunque, i pezzi migliori ascoltati stasera portino la firma di Dio Bernard) e nel taglio più sbarazzino dei brani del terzo disco. Che poi, attenzione, alla faccia dello sbarazzino…”She”, che apre la serata in modo impetuoso con un Brett che non guarda mai il pubblico, a tal punto che pensavo fosse quasi incazzato per qualcosa), e “Filmstar” vengono suonate in modo super carico e muscoloso, giusto dirlo. In mezzo ecco un po’ di schegge impazzite come l’esecuzione struggente di “2 Of Us” (nel finale pelle d’oca, come sempre), la esuberate (e un po’ pacchiana) “Can’t Get Enough” (uno dei pezzi meglio accolti dai presenti in tutta la serata) o, ahinoi, la terribile versione acustica (mollissima e senza alcuno slancio) della bruttissima “She’s in Fashion”, che sinceramente lascia basiti per la sua pochezza (se poi ci aggiungiamo che subito dopo è arrivata l’altrettanto miserrima “Lazy” potete immaginare che quella doppietta è stata davvero il punto basso del live). Esecuzione acustica anche per “The Wild Ones”, con Brett che da molto spazio al pubblico, guidandolo nelle parole da dire, come se non si fidasse della nostra memoria…la sappiamo Brett, tranquillo.

Il finale piazza i classici: “So Young” (con tanto di microfono che gira) che però vede Brett parlare un po’ troppo invece che cantare (è successo anche in altri brani), ma ripeto stasera ci sta, “Metal Mickey” e “Beautiful Ones” che scatena il coro generale con Brett che sorride felice mentre fa il direttore d’orchestra dei presenti.

Ci si apetta una chiusura con qualcosa di recente e invece ecco ancora “Coming Up”, con l’esecuzione di “Saturday Night” che, insomma, si conferma quello che è, una canzoncina e nulla più.

Ore 22 fine delle trasmissioni e buttafuori impazienti che avanzano per cacciar fuori i presenti perché, imagino, una notte discotecara incombe. Tempo di saluti ai tanti amici presenti e di ripartire verso Verona.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »