Sardegna

Stefano Fresi: “Il teatro e la Sardegna sono mondi meravigliosi” – Cagliaripad.it

Nel silenzio vibrante che precede l’apertura del sipario, Stefano Fresi sembra appartenere a quella casa affettuosa e mitica che è il teatro. Quando ne parla, gli occhi brillano e un sorriso carico dí entusiasmo ed emozione si apre sul suo viso.

Arte e vita si intrecciano senza soluzione di continuità. Perché esiste il cinema, esistono le serie tv, ma anche la Sardegna. Suo luogo del cuore, d’origine, di una Gallura che lo attende ogni anno per riabbracciarlo sempre più forte. Ecco perché il tour teatrale in Sardegna di qualche mese fa è stato un modo dolce per saldare quel legame e disegnare nuove prospettive.

Nei mesi scorsi sei stato nell’isola con tour teatrale. Come è stato?

Ho trovato nel pubblico sardo un’attenzione meravigliosa perché quello che avevo portato era un testo abbastanza complicato, complesso e denso di concetti e di significati. C’è stata un’attenzione encomiabile da parte di tutto il pubblico ovunque sono andato e lo spettacolo “Dioggene” è piaciuto molto. Sono molto orgoglioso. Essendo mezzo sardo, poi, puoi immaginare la mia gioia.

Hai avuto modo di conoscere un po’ meglio la Sardegna?

Io sono mezzo gallurese quindi conosco profondamente la Gallura e devo confessare che, in realtà, ho delle lacune enormi da colmare. L’idea di passare da Pattada che hai sentito nominare mille volte per i coltelli che tuo nonno usava, scendere poi fino all’Ogliastra e scoprire una zona della Sardegna completamente diversa dalla Gallura ma altrettanto bella, che ha geologia diversa, è stato veramente interessante. Tanto che adesso che ho voglia, ho chiamato mia sorella e le ho detto “ci dobbiamo prendere un mese per girarci i posti della Sardegna che non conosciamo”. Perché è incredibile la varietà geologica, di flora, di fauna, concentrata in uno spazio comunque di un’isola, ci sono differenze abissali tra un posto e l’altro. È davvero bellissima, ho trovato posti meravigliosi.

Cos’è per te il teatro?

Per me il teatro è la cosa più importante, perché comunque sia è la possibilità di raccontare alle persone le storie che siano tue o che fai tue o che scrivono per te, come in questo caso. Ed è bellissimo. Perché sai, io posso anche fare un film al cinema, magari il pubblico lo va a vedere, poi mi fermano per strada, mi dicono “ho visto il film, era bello” e mi fa piacere. Però l’emozione impagabile di avere il pubblico lì, sentire le sue reazioni immediatamente, è qualcosa di straordinario rispetto al cinema. Una volta finito il film hai perso il rapporto con l’opera, va per i fatti suoi e basta. In teatro fai cento repliche dello stesso spettacolo, fai cento cose diverse perché cambia il pubblico, cambia il luogo, cambia la percezione, cambi tu perché magari arrivi su una piazza con un mood invece che con un altro. Ti concede delle libertà che non ti puoi prendere altrove, perché qui decidi tu cosa vuoi fare, di cosa vuoi parlare. Nei film sei più pilotato da quello che la produzione ti fa fare e, non ti nascondo, che è anche un bel modo di tenere i piedi per terra. Questo ricorda ad un attore che, comunque, bisogna fare una grande fatica per un risultato. Cosa che in teatro si fa perché al cinema, bene o male, se io dimentico una battuta, alzo la mano e dico “scusate ragazzi, la rifacciamo”. In teatro non lo puoi fare. Quindi c’è un esercizio più profondo, c’è una concentrazione più grande, c’è una fatica anche più grande che poi viene ripagata dagli applausi, dalle parole delle persone che ti aspettano fuori.

Il tuo amico e collega Edoardo Leo ha detto in una intervista a Vanity Fair con Mario Manca che, probabilmente in futuro, la tv e il cinema non gli mancheranno. Però il teatro è ciò che vorrà sempre fare. È la stessa cosa anche per te?

Allora, ci sono stati anni in cui non ho fatto film, non è capitato di fare fiction. L’anno scorso, ad esempio, ho fatto solo I Delitti del Barlume. Non esiste però un anno della mia vita in cui io non abbia fatto almeno uno spettacolo teatrale. Non ce la faccio, è una necessità proprio fisica di incontrare il pubblico. Quindi è la cosa che preferisco ed è la cosa che non lascerò mai.

Uno spettacolo quanto rimane nel tempo? Si dice che un film, una serie tv, un romanzo devono in qualche modo attingere dal presente. Uno spettacolo teatrale invece quanto può rimanere?

È più effimero di tutte le cose che hai detto, purtroppo. Perché comunque il film rimane, lo puoi rivedere anche fra trent’anni. Quindi, a meno che non ci sia una ripresa, lo spettacolo o lo vedi in teatro o non lo vedrai più. Anche se lo vedi ripreso, lo vedi snaturato. Il cinema è pensato per essere visto su schermo, il teatro manco per niente. Anche tu spettatore: se io faccio una regia dello spettacolo teatrale l’ho già tradito perché se siamo io e te in scena, la nostra relazione la vede il pubblico. Se, invece, il regista decide di inquadrare te quando parli, te e me quando parlo io… quello è già pilotare uno sguardo.

Nella tua carriera hai dovuto fare personaggi spesso molto diversi. Parto da “Smetto quando voglio” a “I delitti del barlume” ma anche a “Kostas” e “I migliori giorni”. Come ci si tuffa nei personaggi?

Il lavoro che faccio è quello di cercare di mettermi nei panni della persona che viene scritta sulla carta, nel massimo rispetto dell’idea che lo sceneggiatore si è fatto scrivendolo e del regista che, poi, è il vero narratore della storia. Con enorme umiltà, innanzitutto, cercando anche di fare proposte ma mai per un beneficio personale ma sempre per un beneficio di credibilità del personaggio. Ti faccio un esempio: abbiamo dovuto costruire due personaggi apparentemente simili, che sono due falliti sostanzialmente – Alberto Petrelli di “Smetto quando voglio” e Claudio Felici di “Noi e la Giulia”. Sono due che non ce l’hanno fatta e cercano il piano B. In realtà, sono personaggi completamente diversi perché Claudio Felici è fallito per sua incapacità, aveva un’attività più che avviata dal padre e per le sue idee malsane l’ha mandata a fare al secchio. Invece Alberto Petrelli è un cacchio di vincente, è il più grande chimico in circolazione, se non ce la fa la colpa è del sistema. Ora, non possono avere lo stesso tipo di sofferenza: uno sarà molto insicuro, percepisce una sorta di fallimento reale di cui si dà la colpa. L’altro avrà una voglia di rivalsa perché sa di aver fatto il massimo. Quindi una battuta assume due toni completamente diversi perché sono un vincente a cui hanno tolto il traguardo e un perdente che al traguardo non ci è mai arrivato. Il film è sempre la storia di un personaggio. Ad un certo punto della sua vita ha avuto un’infanzia, un’adolescenza. Se tu quelle cose te le immagini e le metti dentro il film, avrai un bagaglio più grande di cose da cui pescare per farlo parlare.

Quanto cambia essere sul palco da solo e quanto fare un lavoro più collettivo? 

Sicuramente cambia dal punto di vista della difficoltà mnemonica perchè non hai appigli. Bene o male, se io e te abbiamo un dialogo, anche se io dovessi scordarmi una battuta è chiaro che la tua battuta mi suggerisce quello che io andrò a dire, mi pizzica la memoria e me la ricordo. Se stai da solo e ti perdi, ti sei perso. È più complicato da quel punto di vista. È complicato anche per il pubblico perché, comunque, deve avere un’attenzione su quello che sta dicendo una persona sola e farsi trascinare dentro un mondo.

La scintilla scatta in te quando sei ragazzo e decidi fare l’attore: come è accaduto?

A 17 anni ho incontrato il teatro. Facevo il pianista e un attore mi ha chiesto di scrivere delle musiche di scena. Sono andato a teatro a insegnare le canzoni agli attori e mi sono innamorato proprio del luogo, di questo loro provare, delle battute, di vedere il regista che dirigeva ma anche chi stava al sipario, i macchinisti. È un mondo incredibilmente bello, affascinante, straordinario. L’ho visto come una casa nella quale mi sarebbe piaciuto abitare, ci sono entrato in punta di piedi, piano piano ed è un posto meraviglioso.

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