Chiara Appendino: “La credibilità non è un bene negoziabile, Chiorino lasci l’incarico”
Sono passate 24 ore dall’annuncio delle dimissioni “a metà” dell’ex vicepresidente Elena Chiorino, ma la partita non è ancora chiusa. «Questa è la prima vera crepa in un sistema di potere, quello di Fratelli d’Italia, che sta governando come un clan, tra familismo esasperato e “amichettismo”» arringa l’onorevole Chiara Appendino (M5s) e chiede che Chiorino si dimetta anche dall’incarico di assessora.


Ha bollato come “vergognosa” la scelta di togliere la vicepresidenza a Chiorino, lasciandole invece le deleghe al Lavoro e all’Istruzione. Quale sarebbe stata l’alternativa? Anche considerando che – per equilibri interni alla giunta – la delega sarebbe dovuta restare in quota Fdi?
«Gli equilibri di potere e i bilancini dei partiti non interessano ai cittadini e non possono essere un alibi per l’immobilità. Chiorino deve dimettersi da assessora. Sacrificano la vicepresidenza per salvare la faccia mediatica, ma si tengono stretto l’assessorato per non mollare la poltrona e il potere. È un finto passo indietro che non incanta nessuno, una presa in giro ai danni dei piemontesi. Parliamo di temi serissimi, di crisi industriali e di famiglie che ogni giorno temono per il proprio futuro».
La questione della Bisteccheria ripropone anche il tema dei rapporti tra associazioni mafiose e politica. Quali anticorpi hanno le istituzioni per difendersi?
«Le mafie non hanno bisogno di sfondare le porte delle istituzioni: troppo spesso le trovano già spalancate. Entrano quando la politica decide scientemente di abbassare la guardia, smantellando i presìdi di legalità e indebolendo i controlli amministrativi. Il fatto che il governo Meloni abbia scelto di azzoppare strumenti come le intercettazioni e di depotenziare i reati contro la pubblica amministrazione è un segnale devastante».
Quali sono i punti deboli, che facilitano l’avvicinamento delle mafie?
«Il meccanismo è elementare: ogni controllo eliminato è un varco aperto, e le organizzazioni criminali sono abilissime a occupare quegli spazi. Oltre all’indebolimento degli anticorpi normativi fatto da questo governo, c’è un problema di etica pubblica».
Cosa intende?
«Serve una classe dirigente che consideri la propria credibilità un bene non negoziabile e che non si faccia trovare nei posti sbagliati con le persone sbagliate. Quando l’etica viene meno, la politica non subisce una falla: lancia un invito. E le mafie agli inviti rispondono sempre, con puntualità chirurgica».
Se al referendum avesse vinto il “sì”, le cose sarebbero andate diversamente?
«Ne sono sicura. Non dimentichiamo che Meloni ha fatto per mesi da scudo umano a queste vicende, rivendicando una presunta superiorità morale. Se oggi quel medesimo scudo viene ritirato, non è per un improvviso sussulto etico, ma per cinico calcolo d’immagine: deve rifarsi il trucco, dopo la sconfitta elettorale».
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