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I quattro piani americani per l’assalto alla teocrazia. Il regime: “Kharg minata”

Il Pentagono prepara i piani per sferrare il “colpo finale” contro l’Iran. Mentre Donald Trump continua a sostenere che Teheran “sta negoziando e vuole assolutamente raggiungere un accordo”, il dipartimento guidato da Pete Hegseth sta elaborando diverse opzioni militari che potrebbero includere l’impiego di forze di terra e una massiccia campagna di bombardamenti. Secondo quanto riporta Axios, alcuni funzionari Usa ritengono che una schiacciante dimostrazione di forza creerebbe maggiore potere negoziale nei colloqui di pace o semplicemente darebbe a Trump qualcosa da usare come pretesto per dichiarare vittoria. E il comandante in capo è pronto a innalzare il livello dello scontro qualora i negoziati non producano risultati tangibili in tempi brevi. Le quattro alternative al vaglio del Pentagono comprendono anzitutto l’invasione dell’isola di Kharg, il principale snodo iraniano per l’esportazione di petrolio. Oppure quella di Larak, un’isola utile a Teheran per consolidare il proprio controllo sullo Stretto di Hormuz: questo avamposto strategico ospita infatti bunker, imbarcazioni d’attacco capaci di affondare navi cargo e radar che monitorano i movimenti all’interno dello snodo. La terza possibilità è quella di occupare la strategica isola di Abu Musa e due isole minori, situate in prossimità dell’ingresso occidentale dello Stretto. Aree controllate dall’Iran, ma rivendicate anche dagli Emirati Arabi Uniti. Infine, l’ultima ipotesi è di bloccare o sequestrare le navi che trasportano petrolio iraniano nella parte orientale dello Stretto di Hormuz. Trump, scrive Axios, non ha ancora preso alcuna decisione in merito all’attuazione di uno di questi scenari, mentre la Repubblica islamica, secondo alcune fonti della Cnn, starebbe rafforzando le difese dell’isola di Kharg per proteggersi da un potenziale attacco di terra statunitense. Nelle ultime settimane Teheran ha posizionato ordigni, incluse mine antiuomo e anticarro, anche lungo il litorale, punto in cui le truppe statunitensi potrebbero tentare uno sbarco anfibio qualora l’inquilino della Casa Bianca decidesse di procedere con l’operazione di terra. L’Iran ha pure trasferito ulteriore personale militare e sistemi di difesa aerea nella piccola isola situata nel settore nord-orientale del Golfo Persico, arteria vitale per l’economia del Paese, da cui transita circa il 90 per cento delle sue esportazioni di greggio. La Repubblica islamica – stando all’agenzia Tasnim – sarebbe pronta a mobilitare oltre un milione di combattenti nell’eventualità di un’invasione di terra da parte degli Stati Uniti. Negli ultimi giorni si sarebbe registrato un forte afflusso di volontari verso i centri di reclutamento dei Basij dei pasdaran e dell’esercito regolare. Intanto i ribelli Houthi in Yemen, i cui attacchi sul Mar Rosso hanno causato il caos nel traffico marittimo e commerciale internazionale durante la guerra a Gaza, sono pronti a colpire nuovamente in segno di solidarietà con Teheran. Il leader del movimento Abdul Malik al-Houthi avverte della possibilità di una “risposta militare” qualora la guerra in Medio Oriente lo rendesse necessario. Gli Houthi, componente chiave del cosiddetto “asse della resistenza” iraniano, si sono finora astenuti dal prendere parte al conflitto, ma “qualsiasi evoluzione della battaglia che richieda una risposta militare verrà da noi intrapresa tempestivamente… proprio come abbiamo fatto nelle fasi precedenti”, assicura Al-Masirah, sottolineando che “la nostra posizione nei confronti di America e Israele è chiara ed esplicita”. E “non nutriamo alcuna intenzione ostile verso alcun paese musulmano”, prosegue, in quello che pare un riferimento alle nazioni del Golfo. Qualora gli Houthi dovessero scendere in campo, e rendere insicura anche la via del Mar Rosso (mentre il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è in gran parte bloccato), si aggraverebbe ulteriormente la crisi petrolifera ed economica globale innescata dalla guerra.

Se il movimento dovesse aprire un nuovo fronte, un obiettivo ovvio sarebbe lo Stretto di Bab al-Mandab, al largo delle coste dello Yemen, un punto di strozzatura cruciale per la navigazione e uno stretto passaggio che controlla il traffico marittimo verso il Canale di Suez.


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