Casa circondariale Cosenza, la relazione shock della Garante dei detenuti
La relazione shock della Garante dei detenuti Emilia Corea sulla Casa circondariale di Cosenza, gravi criticità infrastrutturali.
COSENZA – «Dal 5 al 20 marzo 2026 ho effettuato diverse visite all’interno della Casa Circondariale “Sergio Cosmai” di Cosenza. Varcarne la soglia è come immergersi in un’umanità sospesa, dove l’aria manca e la speranza si consuma. Come Garante, uno dei miei compiti è osservare, ma ciò che ho raccolto tra le sezioni di Media Sicurezza e l’area “Ex Femminile” è un grido silenzioso. Camminando tra i corridoi, durante i colloqui collettivi o quelli personali, c’è una litania che i detenuti ripetono spesso, una frase che ti resta addosso come l’odore della muffa sulle pareti: “Abbiamo sbagliato, ma siamo esseri umani e non spazzatura. Vogliamo scontare la nostra pena in maniera dignitosa.” In queste poche parole è racchiuso il fallimento di un sistema quale risultato di un’impostazione sempre più orientata in senso repressivo», afferma la Garante dei detenuti Emilia Corea.
LA RELAZIONE DI EMILIA COREA
«Negli ultimi anni, infatti, si è assistito a un rafforzamento delle politiche securitarie e a un maggiore ricorso allo strumento detentivo, spesso accompagnato da una minore attenzione agli aspetti legati alla tutela dei diritti e alla funzione rieducativa della pena. La riduzione degli standard di tutela dei diritti può essere letta, a livello nazionale, come l’effetto di politiche che negli anni hanno posto maggiore enfasi sulla dimensione securitaria e punitiva della pena, quasi sempre a scapito della sua funzione rieducativa», aggiunge.
«I problemi legati alla riduzione del rispetto dei diritti non riguardano esclusivamente il carcere di Cosenza, ma rappresentano una criticità più ampia che investe l’intero sistema penitenziario italiano. Il caso del carcere di Cosenza assume un valore emblematico: non un’eccezione, ma un indicatore di un problema sistemico», si legge ancora nella nota.
CRITICITA’ DAL PUNTO DI VISTA INFRASTRUTTURALE
«L’ambiente carcerario del ‘Cosmai’ mostra grosse criticità dal punto di vista infrastrutturale. Ho visto celle trasformate in tetris umani, dove 5/6 brandine sono accatastate l’una sull’altra, costringendo gli uomini a vivere in una verticalità pericolosa. Salire o scendere dal proprio giaciglio diventa un esercizio di equilibrismo con il rischio costante di infortuni gravi, un pericolo fisico costante. Un detenuto che dorme a due metri di altezza in una cella ad alta densità di letti sovrapposti, rischia l’infortunio ogni volta che scende; rischia la propria integrità in un luogo che dovrebbe, per costituzione, proteggerla», rileva.
«Ma l’immagine più violenta l’ho trovata nelle finestre schermate da lastre di plexiglass. Immaginate l’estate cosentina che incombe, immaginate di respirare attraverso una membrana di plastica che blocca l’aria e riflette il calore. Si tratta di un dispositivo che trasforma la cella in una cappa asfissiante, una scelta che nega il ricambio d’aria e la luce naturale, calpestando ogni standard di salubrità imposto dalla Costituzione e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo», evidenzia Corea.
«UN APPELLO ALLA COSCIENZA COLLETTIVA»
«In questo scenario di privazione, quando le parole non bastano più e il supporto psichiatrico è ridotto a una somministrazione massiccia di sedativi — con l’80% dei detenuti farmacologicamente “contenuti” — il corpo diventa l’ultimo terreno di protesta», rimarca. «La mia relazione, che ora viaggia verso le autorità preposte, è un appello alla coscienza collettiva: la sicurezza di una società non si costruisce ammassando corpi nelle celle fatiscenti schermate dal plexiglass, ma garantendo che la pena sia il primo passo verso il reinserimento, e non l’ultimo capitolo di una vita umana», sottolinea.
«Ogni detenuto merita una possibilità di respiro, cura e futuro. Per quanto grave possa essere il reato, nessuna colpa può cancellare la dignità di chi è privato della libertà. Che le mura del carcere di Cosenza non debbano mai essere testimoni di suicidi», conclude.
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