Senza guerra il bilancio russo rischia il crollo. In un mese il Pil fa -2,1%
Certo la guerra contro l’Iran gli ha concesso un po’ di respiro. Ma ieri Vladimir Putin non ha scelto i toni dell’ottimismo per la riunione di governo dedicata ai temi dell’economia. «Nel mese di gennaio il prodotto interno lordo russo è diminuito del 2,1% rispetto a un anno fa. La produzione industriale è calata dello 0,8%», ha detto, riportando i dati dell’istituto nazionale di statistica Rosstat. «Nulla di inatteso», ha aggiunto l’inquilino del Cremlino, che è però sembrato prudente e ha invitato gli esportatori di gas e petrolio ad approfittare dell’aumento dei prezzi per ridurre l’esposizione debitoria con le banche.
Proprio sul fronte petrolifero, tra l’altro, le autorità hanno dovuto annunciare sempre ieri il blocco delle esportazioni dai due terminali del Mar Baltico, Primorsk e Ust-Luga, presi di mira con successo dai droni ucraini. In tutto si tratta di uno stop che vale 1,7 milioni di barili al giorno, poco meno di un terzo dell’attuale export.
A pesare sulle valutazioni degli esperti non c’è solo l’andamento negativo dell’attività economica. Nei primi due mesi dell’anno il deficit pubblico ha superato i 43 miliardi di dollari, ovvero l’1,5% circa del prodotto interno, praticamente quanto previsto per l’intero 2026. Anche per questo le autorità di Mosca non sembrano aver rinunciato ai tagli (si parla di un 10% complessivo) messi in cantiere prima la chiusura dello Stretto di Hormuz rimpinguasse le entrate. E sempre in questo senso va l’ulteriore notizia trapelata nelle ultime ore: per la prima in quasi 25 anni (esattamente dal 2002) la Russia ha venduto in gennaio e febbraio una parte, sia pur piccola, dell’oro di proprietà statale, in tutto 14 tonnellate. Una maniera per approfittare dei prezzi alti, ma anche un segnale del fatto che i conti per il Paese si sono fatti complicati.
Secondo Alexandra Prokopenko, ex funzionaria della banca centrale russa, ora analista del Carnegie Center, la Russia è entrata in una fase di equilibro negativo, in cui per mantenersi in piedi distrugge le proprie capacità future di ripresa. Il sistema, dice la Prokopenko, è paragonabile al fisico di un uomo che deve convivere con un tumore che si autoalimenta. Per la Russia il tumore è rappresentato dal settore degli armamenti e della difesa che ogni mese «brucia» nella guerra una quantità sempre maggiore di risorse. Più questo settore ingrassa, più il resto dell’economia soffre e si indebolisce.
La novità è che per la prima volta sembra fare capolino qualche segnale di malessere in un’opinione pubblica fin qui apparsa del tutto acquiescente. Durante il weekend a fare rumore è stato un editoriale del Moskovsky Komsomolets, giornale tra i più diffusi e per questo anche tra i più allineati, in cui si parla della disattenzione delle autorità per le esigenze della popolazione. Il primo esempio citato riguarda direttamente gli abitanti di Mosca, che per non meglio precisate ragioni di sicurezza sono di fatto privati, ormai da settimane, della possibilità di utilizzare il traffico dati dei loro telefonini. Un fenomeno che ha portato al raddoppio nelle vendite delle vecchie cartine cartacee ma che in larghe zone della città ha causato un blocco dell’economia digitale.
L’altro esempio, apparentemente lontano, ma che ha trovato larga eco nel Paese, riguarda le proteste di alcuni villaggi di agricoltori in Siberia. Le contestazioni in questo caso sono rivolte contro l’abbattimento del bestiame dei contadini che si proporrebbe di evitare la diffusione di non meglio identificate epidemie.
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