Sicilia

Referendum giustizia, trionfa il No: valanga in Sicilia, vittoria netta in Italia. Pd in piazza a Palermo. La diretta

In aggiornamento.

Lo scrutinio del referendum sulla riforma della giustizia è ormai prossimo alla conclusione e conferma in modo chiaro la vittoria del No, con un vantaggio più marcato in Sicilia rispetto al dato nazionale.

A livello nazionale, il No è al 53,72% con 14.204.109 voti, mentre il Sì si ferma al 46,28% con 12.234.866 preferenze.

Il voto in Sicilia

Stravince il No in Sicilia, terra governata da otto anni dal centrodestra: il 60,9% dell’elettorato si è espresso contro la riforma della giustizia, alle spalle solo della Campania. Nella città di Palermo la percentuale dei contrari si attesta al 68,94%, il secondo dato più alto tra i capoluoghi italiani, in testa Napoli col 75,49%. Gli elettori chiamati al voto sono stati 3.860.499, ma l’affluenza è risultata del 46,14%, la più bassa del Paese: alle regionali del 2022 si recò alle urne il 48,81% degli aventi diritto.

Il comune di Lampedusa e Linosa è quello con l’affluenza minore, appena il 26,93%: qui ha vinto il Sì col 57,66%. Per il procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, «gli italiani hanno bocciato una modifica della Costituzione che, come la magistratura e parte della società civile avevano evidenziato, non avrebbe risolto nessuno dei tanti problemi che affliggono la giustizia e che toccano i cittadini». «Questo non vuol dire che abbiamo una giustizia soddisfacente ed efficiente. – aggiunge il capo dei pm – Perciò da ora è necessario lavorare con sobrietà e concretezza alla soluzione delle questioni reali, cominciando col potenziare mezzi e risorse».

Grande soddisfazione del Comitato civile per il No, sceso in piazza Politeama a Palermo «per festeggiare la vittoria» con lo slogan «e poi uscimmo a riveder le stelle: il No ha vinto», in strada le bandiere del Pd, della Cgil, dell’Anpi e del M5s. «E’ una bella vittoria popolare, abbiamo lavorato molto e non è un caso che a Palermo si sia raggiunto un risultato così significativo – dice il presidente del comitato Claudio Riolo – Abbiamo costruito non un campo largo ma un campo costituzionale, e da qui bisogna ripartire per liberarci alle prossime elezioni di questo governo di destra, la peggiore destra possibile».

Tra gli italiani all’estero vince il Sì

Sconfitto in patria, il Sì al Referendum sulla giustizia prevale tra gli italiani all’estero. Quando sono state scrutinate 1.733 sulle complessive 2.207 comunicazioni arrivate da altri Paesi i Sì sono infatti al 55,08%, contro il 44,92% dei No. E’ quanto emerge dai dati riportati sul portale Eligendo. In particolare, il No vince solo in Europa: 55,62% a 44,38%. Mentre perde in America Settentrionale e Centrale (39,97% contro 60,03% Sì) ed ancora più nettamente in America meridionale (27,67% contro 72,33); mentre nella Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide il Sì batte il No 53,2% a 46,8%.

Una contesa squisitamente politica

Una valanga di NO, il 54 per cento, boccia la riforma della giustizia del governo Meloni. La Costituzione non verrà cambiata, anche se il 46 vota SI’ al referendum e il Paese di nuovo si spacca. Tornano alle urne i giovani e l’affluenza sfiora il 59 per cento. Ma è subito chiaro che la contesa è squisitamente politica. La vittoria del No priva la premier della sua aura di invincibilità e resta sullo sfondo il cuore tecnico della riforma: separazione delle carriere tra Pm e giudici, due Csm e un’Alta Corte per giudicare i magistrati.

Il campo largo si ricompatta; Meloni: occasione persa

Il campo largo coglie al balzo la vittoria e si ricompatta lanciando le primarie. Giorgia Meloni si è spesa con tutta se stessa. E oggi che la sconfitta le scopre un tallone d’Achille conferma quello che ha detto fin da subito: «non me ne vado se perdo il referendum». Come fece Matteo Renzi nel 2016. A un anno dalla fine della legislatura la premier si rammarica di una «occasione persa», ma non arretra.

«La sovranità popolare si rispetta», si inchina con amarezza al verdetto. Come fanno anche i suoi vicepremier Antonio Tajani, leader di Fi (“Ma basta toni da guerra civile”) e Matteo Salvini, leader della Lega, tiepido nel sostenere una riforma pretesa soprattutto da Forza Italia e oggi anche fisicamente lontano (in missione in Ungheria a sostenere Orban). Ora si andrà avanti – certo con un altro spirito – senza abbandonare la giustizia, con il premierato e la legge elettorale, come dice il leader di Nm Maurizio Lupi.

Cambiano gli equilibri nel centrodestra

La premier dovrà occuparsi anche degli equilibri nella sua coalizione. Bocciata l’unica riforma costituzionale del governo (“Ne prendo atto», dice il Guardasigilli Carlo Nordio) si pone un’ipoteca anche sul destino di esponenti del sottogoverno.

Come il capo di gabinetto di Nordio Giusi Bartolozzi, che ha incendiato lo scontro politico dicendo «con la vittoria del sì ci togliamo di mezzo i magistrati». O come il sottosegretario Andrea Delmastro, protagonista di uno spinoso caso di cronaca alla vigilia del voto. Scontri e veleni sono arrivati fin dentro ai seggi, in una consultazione arrivata nel bel mezzo del conflitto Usa/Israele e Iran. E di una crisi energetica che ha fatto impennare i prezzi di bollette e carburante.

«Era un attacco alla Costituzione»

Il campo largo recepisce immediatamente il secondo mandato politico celato in questo voto, oltre a quello primario che i leader di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni riassumono così: «gli italiani hanno respinto l’attacco alla Costituzione».

Prima il leader di Iv Matteo Renzi e immediatamente dopo quelli di M5S Giuseppe Conte e del Pd Elly Schlein lanciano le primarie per la leadership che ancora non c’è di un centrosinistra rimasto unito e premiato dal voto.

Attacco al Governo

«La riforma era dannosa e sbagliata. Ora la Meloni e il governo devono riflettere, ascoltare il Paese e le vere priorità. C’è già una maggioranza alternativa al governo. ..», incalza la Schlein. «Interpreteremo questa nuova primavera del Paese. E’ un avviso di sfratto alla premier», si impegna Conte aprendo alle primarie.

Mentre si dimette il leader della Anm Cesare Parodi, c’è gioia e soddisfazione tra i comitati del no. Quello civico sottolinea un «voto politico». «Penso sia una vittoria come quella della lotta partigiana», esulta il presidente Giovanni Bachelet.

Mentre per Enrico Grosso, presidente del comitato per il No vicino all’Anm, «ha perso chi voleva affievolire l’indipendenza delle toghe». Nel fronte del sì, invece, si parla di «battaglia persa». «Ce l’abbiamo messa tutta, nessun rimpianto», dice il presidente di Sì Riforma Nicolò Zanon.

I magistrati brindano e cantano «Bella ciao»

I magistrati a Napoli brindano e cantano ‘Bella Ciaò mentre il leader della Cgil Maurizio Landini chiama la piazza a Roma. Intorno alla fontana del Tritone il campo largo, con Schlein e Conte, esplode di gioia. Urlano lo slogan ‘Viva l’Italia che resistè senza però chiedere le dimissioni di Meloni. Fatta eccezione per Renzi, che invece punge la premier: «io mi sono dimesso, la parola del popolo si ascolta, ora abbia coraggio si dimetta lei, non faccia Don Abbondio».

Di certo il campo largo non mollerà la presa sulla prima vera sconfitta politica del governo. «Da oggi a Palazzo Chigi c’è un’anatra zoppa», chiosa il senatore dem Filippo Sensi. E ad un anno dalle elezioni politiche, di fatto ha inizio la campagna elettorale.


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