Friuli Venezia Giulia

Medio Oriente, equilibrio in frantumi: il declino dell’egemonia americana e la nuova partita tra Israele, Iran e Libano

23.03.2026 – Premessa – Lattacco americano-israeliano contro l’Iran continua senza interruzioni. In tale contesto, la principale notizia del 23 marzo arriva dagli Stati Uniti, dove il presidente Trump ha dichiarato di aver disposto il rinvio degli attacchi alle centrali elettriche iraniane, dopo l’esito di colloqui riservati avviati con personalità di Teheran – giudicati da Washington “molto positivi” – sulla fine della guerra. Trump, inoltre, non ha voluto precisare con quali personalità iraniane siano stati avviati i colloqui, escludendo tuttavia il coinvolgimento della nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei. Al momento, il Ministero degli Esteri iraniano ha negato qualsiasi dialogo con Washington.

Rapporti completi nei link in descrizione:
https://edition.cnn.com/world/live-news/iran-war-us-israel-trump-03-23-26
https://www.aljazeera.com/news/2026/3/23/trump-postpones-military-strikes-on-iranian-power-plants
https://www.cbsnews.com/live-updates/iran-war-us-israel-trump-ultimatum-strait-of-hormuz/
https://www.idf.il/en/mini-sites/israel-at-war/real-time-updates/

Oggi concentreremo la nostra attenzione sulla critica situazione mediorientale, attraverso gli occhi di un analista palestinese e di un ex ufficiale dell’intelligence israeliana. Completeremo l’articolo volgendo lo sguardo al Libano, offrendo punti di vista diametralmente opposti: quello del governo di Beirut e quello della stampa filo-Hezbollah.

Dare voce a tutti, senza esclusioni.
Conoscere per comprendere.

Una voce dalla Palestina: il crollo del mito dell’invincibilità di Israele

Desidero proporvi la lettura di una breve analisi redatta da Sayid Marcos Tenório, noto e stimato studioso delle problematiche mediorientali e vicepresidente del Brazil-Palestine Institute.

Questa breve analisi riflette la visione palestinese e merita di essere compresa e portata all’attenzione informativa. È una visione certamente di parte, per molti aspetti utopistica, perché non tiene conto delle reali forze in campo né della scelta, da parte dei Paesi del Golfo, di schierarsi con forza contro l’Iran.

“L’attuale situazione in Medio Oriente non può essere interpretata come una mera escalation militare o una sequenza di scontri isolati. Rappresenta una svolta storica che rivela l’esaurimento di un modello di dominio regionale sostenuto dalla supremazia militare di Israele e dal supporto strategico degli Stati Uniti.

Per decenni, il regime sionista ha operato sulla base della propria invincibilità. Questa convinzione non solo ha strutturato la sua dottrina militare, ma gli ha anche garantito una posizione privilegiata all’interno del sistema internazionale, consentendogli di agire con ampia impunità, nonostante le ripetute violazioni del diritto internazionale.

Tuttavia, questa cosiddetta invincibilità era meno una realtà oggettiva e più una costruzione politica, sostenuta da tre pilastri fondamentali: l’asimmetria militare, il sostegno occidentale – in particolare degli Stati Uniti – e la costruzione di una narrazione internazionale difensiva.

Gli sviluppi recenti dimostrano che tutti e tre i pilastri si stanno erodendo simultaneamente. Nella Striscia di Gaza, dopo un lungo ciclo di operazioni militari caratterizzato da livelli estremi di distruzione e dal genocidio dei palestinesi, Israele non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi strategici.

La resistenza palestinese, lungi dall’essere eliminata, è rimasta una forza politica e militare rilevante. Questa situazione di stallo mette in luce una contraddizione strutturale: l’incapacità di un progetto di dominio coloniale di tradurre la superiorità militare in un controllo politico stabile.

Nel nord dei territori palestinesi occupati, la consolidata capacità di deterrenza di Hezbollah impone limiti concreti all’azione militare israeliana. In Yemen, le forze allineate con l’asse della resistenza hanno dimostrato la capacità di interferire nelle dinamiche strategiche globali, aumentando i costi del conflitto per il blocco occidentale.

Nel loro insieme, questi sviluppi indicano una trasformazione qualitativa del contesto regionale. Israele non opera più in una posizione di superiorità incontrastata, ma in uno scenario di crescente contenimento e pressione costante.

L’elemento decisivo in questo cambiamento, tuttavia, risiede nel confronto con l’Iran. La risposta dell’Iran all’aggressione perpetrata da Israele e dagli Stati Uniti segna una svolta, introducendo un nuovo modello di deterrenza regionale. Dimostrando la capacità di colpire obiettivi strategici e imporre costi reali, Teheran ha rotto con la logica che, per decenni, ha sostenuto la libertà d’azione di Israele.

Questa rottura ha implicazioni strutturali. La possibilità di condurre operazioni offensive senza subire una rappresaglia proporzionata – un pilastro della strategia israeliana – non è più sostenibile.

Di conseguenza, il cosiddetto Asse della Resistenza si sposta da una posizione reattiva e inizia a costituire un polo attivo di equilibrio strategico.”

Al contempo, si osserva una visibile erosione della capacità degli Stati Uniti di mantenere la propria posizione egemonica nella regione. Sebbene il sostegno a Israele rimanga centrale, non è più sufficiente a garantire la stabilità o a contenere la crescente capacità di reazione degli attori regionali.

L’esposizione delle basi militari statunitensi, l’aumento dei costi dell’impegno regionale e i crescenti dubbi sulla legittimità politica di Washington indicano chiari limiti alla sua proiezione di potere.

Questo processo suggerisce non solo una crisi congiunturale, ma una più ampia riconfigurazione dell’ordine internazionale in Medio Oriente.

La trasformazione in atto non si limita alla sfera militare. È accompagnata da una significativa erosione della legittimità internazionale di Israele.

Le operazioni militari a Gaza hanno intensificato le accuse di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, contribuendo a un cambiamento percettibile nell’opinione pubblica globale. Le mobilitazioni sociali, le campagne di boicottaggio e il crescente riconoscimento dello Stato di Palestina indicano un punto di svolta nella narrazione dominante.

In questo contesto, la questione palestinese si riafferma non come un conflitto tra parti uguali, bensì come una lotta per la liberazione nazionale contro un regime di occupazione e colonizzazione.

Le continue battute d’arresto subite da Israele e dagli Stati Uniti – a Gaza, in Libano, nello Yemen e, soprattutto, nel confronto con l’Iran – vanno comprese come manifestazioni di un processo più profondo: l’esaurimento di un modello di dominio basato sulla supremazia militare e sull’intervento esterno.

In questo contesto, l’Asse della Resistenza emerge non semplicemente come un insieme di attori reattivi, ma come un polo strategico in ascesa, capace di ridefinire gli equilibri di potere regionali.

Questa trasformazione indica l’emergere di una nuova configurazione geopolitica in Medio Oriente, in cui la capacità di imporre costi all’asse dominante rimodella i parametri di potere tradizionali.

Il cosiddetto “mito dell’invincibilità di Israele” non era meramente simbolico, bensì un elemento strutturale della sua strategia politica e militare. La sua erosione non implica il crollo immediato del potere israeliano, ma segnala l’inizio di una fase di crisi strutturale, in cui le fondamenta della sua egemonia non funzionano più come prima.

Ciò che sta accadendo in Medio Oriente è la transizione da un ordine regionale incentrato sul dominio esterno a una configurazione in cui gli attori storicamente marginalizzati assumono un ruolo centrale nel plasmare il futuro politico e strategico della regione.

Più che la fine di un mito, questo è l’inizio di un nuovo paradigma”.

https://www.middleeastmonitor.com/20260320-the-collapse-of-the-myth-of-israels-invincibility/

https://english.palinfo.com/opinion_articles/the-collapse-of-the-myth-of-israels-invincibility/

Israele: la strategia di Gerusalemme in Iran, raccontata da un uomo dell’intelligence israeliana

Vi offro, ora, la possibilità di conoscere il pensiero di un fine analista, Aviram Bellaishe, tra i massimi esperti israeliani di Medio Oriente, guerra psicologica e operazioni di influenza, che, tra l’altro, ha prestato servizio per 27 anni nell’intelligence israeliana, ricoprendo posizioni di vertice.

Siamo di fronte a un’analisi dettagliata, dove l’elemento psicologico assume un’importanza decisiva. Ogni fase della strategia viene scandita con precisione chirurgica, studiata nei minimi dettagli, con freddezza e con un costante focusing sull’obiettivo finale da raggiungere.

Una visione tipica di un Paese in guerra, che percepisce la minaccia come costantemente imminente verso se stesso.

Un Paese che nel tempo ha sviluppato ed esaltato le proprie capacità strategiche, senza tenere conto di nient’altro se non del proprio unico bisogno esistenziale di “mantenere in vita se stesso e il proprio popolo”.

“Quando il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato pubblicamente che gli omicidi mirati non richiedevano più l’approvazione politica, non stava aggiornando una procedura: stava ridefinendo la guerra stessa.

Fino a quel momento, le uccisioni mirate erano intese come uno strumento di precisione, diretto a obiettivi specifici, figure di alto livello, con decisioni prese al più alto livello politico.

Una volta eliminato il requisito dell’approvazione, il confine è scomparso. Non esiste più una linea netta che separi chi è nella lista da chi non lo è. Il messaggio non era rivolto al pubblico israeliano. Era rivolto al sistema iraniano e a ogni singolo individuo al suo interno.

Per comprendere la portata di questa affermazione, si consideri quanto accaduto dalla fine di febbraio 2026. Nei primi attacchi dell’operazione, l’intero livello di comando superiore dell’Iran è stato eliminato. Poi è arrivata la precisazione: chiunque fosse stato nominato per sostituirli sarebbe diventato, a sua volta, un bersaglio. Non si tratta di una campagna contro le persone. Si tratta di una campagna contro le posizioni stesse, contro la funzione, non solo contro l’uomo che la ricopre. Collegando questi movimenti, emerge una logica. Non una sequenza di operazioni, ma un processo strutturato in quattro fasi, ognuna delle quali si basa sulla precedente.

Prima fase: Decapitazione

L’obiettivo qui non è semplicemente uccidere singoli individui. È distruggere la continuità. Ogni Stato dipende da uno strato di leadership che detiene la conoscenza istituzionale, l’esperienza e l’autorità decisionale. Quando l’intero strato viene rimosso in una volta, il sistema va in shock. Ma questo, da solo, non fa crollare un regime. I sistemi si adattano. Promuovono dei sostituti, si riorganizzano e continuano a funzionare, spesso in modo meno efficace, ma pur sempre funzionano. Ciò che rende diversa questa campagna è che anche i sostituti sono presi di mira. L’obiettivo non è solo l’uomo, ma la carica.

Fase due: Degrado delle capacità

La sola decapitazione non basta. Una nuova leadership che erediti capacità intatte può ancora combattere. Pertanto, oltre agli assassinii, si distruggono i sistemi missilistici, si smantellano le difese aeree e si colpiscono le infrastrutture. Qualsiasi nuova leadership che emerga si troverà ad avere meno strumenti e una portata ridotta. Lo Stato è indebolito, ma resta in piedi.

Fase tre: cambiamento comportamentale

È qui che la dichiarazione di Katz trova la sua vera efficacia. Il significato non è operativo, ma psicologico. Prima, solo le figure di alto livello erano a rischio. Ora ogni ufficiale, ogni comandante di medio livello, ogni funzionario dell’apparato comprende di essere esposto.

Non si tratta di una mossa militare. È una mossa concepita per modificare i comportamenti dall’interno, per far sì che chi gestisce la macchina si chieda non solo come operare, ma anche se valga la pena continuare a operare.

Eppure, ecco il punto cruciale: tutte e tre le fasi insieme non bastano a rovesciare un regime. Generano pressione, paura e logoramento, ma non provocano il collasso. I regimi non cadono solo per la pressione esterna: cadono quando i loro meccanismi interni di coercizione smettono di funzionare.

Perché l’Iran è diverso: due eserciti

Per capire il perché, bisogna esaminare la struttura dell’Iran. A differenza della maggior parte degli Stati, l’Iran non ha un solo esercito, ma due: il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e i Basij, forze ideologiche il cui scopo istituzionale è difendere il regime.

L’Artesh, l’esercito convenzionale iraniano, si basa su fondamenta diverse: difesa nazionale, gerarchia professionale e un legame ideologico considerevolmente più debole.

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche è concepito per combattere per il regime fino alla fine.

L’Artesh non lo è necessariamente.

Questa distinzione è di fondamentale importanza. Le proteste interne, per quanto numerose, non possono rovesciare un regime disposto a massacrare il proprio popolo. Le forze armate curde e baluche possono impegnare le unità delle Guardie Rivoluzionarie su più fronti, ma non possono sconfiggerle da sole.

L’unica via per il crollo del regime passa attraverso la defezione, e la defezione più significativa verrebbe dall’Artesh.

Creare la frattura: quattro linee di pressione sul Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche

Affinché l’Artesh possa agire, è necessario, innanzitutto, che si verifichi una frattura interna all’interno delle Guardie Rivoluzionarie. Tale frattura non si crea spontaneamente: deve essere costruita deliberatamente, attraverso diverse linee di pressione simultanee.

Targeting selettivo all’interno del nucleo ideologico delle Guardie Rivoluzionarie: colpire i comandanti della fazione più intransigente, lasciando gli altri relativamente indenni.

Quando una parte di un’organizzazione viene colpita ripetutamente mentre un’altra viene risparmiata, emerge una nuova gerarchia interna di rischio. I comandanti iniziano a chiedersi non solo come combattere, ma anche chi è nel mirino e perché.

Pressione economica selettiva: il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche non è solo una forza militare. È un vasto impero economico, con interessi che spaziano dalle costruzioni all’energia, dal settore bancario al commercio. Quando beni specifici appartenenti a fazioni specifiche vengono distrutti mentre altri rimangono intatti, si creano interessi divergenti all’interno della stessa organizzazione.

Alcuni hanno tutto da perdere.

Altri hanno già perso tutto.

Guerra dell’informazione diretta verso l’interno: messaggi che mettono a nudo le crepe interne, evidenziano la corruzione o ritraggono alti comandanti che proteggono se stessi mentre mandano altri a morire. L’obiettivo non è la persuasione ideologica, bensì corrodere la fiducia, l’unico elemento che tiene insieme un apparato coercitivo.

Canali di comunicazione discreti con ufficiali di medio livello: non con i vertici, ma con i comandanti sul campo, coloro che esercitano concretamente il potere coercitivo sul territorio. È lì che si crea la prima vera frattura e che si compie la prima scelta reale.

Fase quattro: la costruzione dell’uscita

La frattura interna al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche non è l’obiettivo finale. Il suo scopo è quello di modificare la percezione della situazione da parte dell’Artesh.

Un esercito convenzionale che osserva una Guardia Rivoluzionaria unita e dominante non interviene. Ma un esercito convenzionale che osserva un’organizzazione che appare frammentata, internamente sospettosa e visibilmente indebolita, inizia a valutare la situazione in modo diverso. Non con certezza, ma con possibilità. E la possibilità è sufficiente per avviare un processo.

Il che ci porta alla quarta fase: basta uccidere.

Invece, occorre creare le condizioni per una defezione armata. Non solo paura, ma una via d’uscita. Non solo una minaccia, ma un’alternativa. Un ufficiale non abbandona un sistema semplicemente perché ha paura: lo abbandona quando crede che ci sia un futuro dall’altra parte. Ciò significa immunità garantita, protezione per la sua famiglia, tutela dei suoi interessi e, soprattutto, un appoggio americano credibile che renda la promessa degna di essere creduta.

Questa logica ha un precedente storico. In Romania, nel 1989, il regime di Ceaușescu non cadde solo per le proteste di piazza né per pressioni esterne. Cadde nel momento in cui l’esercito smise di obbedire e si schierò dalla parte dei manifestanti. Da quel momento, il crollo fu rapido. Non fu l’uccisione dei vertici a far cadere il regime, ma il movimento di una forza armata.

La distinzione che conta

Gli assassinii e la distruzione delle capacità militari non sono l’obiettivo finale. Sono una preparazione, la creazione delle condizioni per la quarta e decisiva fase. Generano paura, aprono crepe e minano la coesione. Ma il momento decisivo arriverà solo se una forza armata, soprattutto l’Artesh, giungerà alla conclusione di avere una vera alternativa e che sceglierla valga il rischio.

Finché ciò non accade, il regime è indebolito ma sopravvive. Nel momento in cui succede, cade rapidamente”.

https://jcfa.org/how-targeted-killings-set-the-stage-for-the-iranian-regimes-collapse/

Libano: situazione del conflitto – visione governativa libanese e nota della Presidenza della Repubblica

Il primo ministro libanese Nawaf Salam, ricordiamo musulmano sunnita, il 22 marzo u.s. ha dichiarato, in un’intervista ad Al Arabiya, che membri del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) stavano dirigendo le operazioni di Hezbollah nella guerra in corso contro Israele.

Ricordiamo che Hezbollah rappresenta una formazione politica e una milizia paramilitare libanese sciita, sostenuta da sempre da Teheran.

Salam ha criticato Hezbollah per aver trascinato il Libano nel conflitto, lanciando razzi contro Israele.

“È stato dichiarato che questa guerra era una rappresaglia per l’assassinio della Guida suprema iraniana Khamenei, quindi ciò significa che questa guerra ci è stata imposta”, ha affermato.

Riferendosi a un incidente avvenuto all’inizio di questo mese, in cui un drone di fabbricazione iraniana ha colpito una base britannica a Cipro, Salam ha affermato che l’attacco è stato condotto dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane, “che sono presenti e, purtroppo, gestiscono l’operazione militare in Libano”.

“Queste persone hanno falsificato i passaporti e sono entrate illegalmente nel Paese“, ha aggiunto.

Cipro ha affermato che il drone è stato probabilmente lanciato da Hezbollah, gruppo sostenuto da Teheran, dal Libano, piuttosto che direttamente dall’Iran. Salam ha inoltre indicato l’annuncio, da parte delle Guardie Rivoluzionarie, di operazioni congiunte con Hezbollah contro Israele come prova del loro ruolo nella direzione del conflitto in Libano.

Questo mese il governo libanese ha deciso di vietare qualsiasi attività delle Guardie Rivoluzionarie iraniane nel Paese e ha compiuto il passo, senza precedenti, di proibire le operazioni militari di Hezbollah, chiedendo al gruppo di consegnare le proprie armi allo Stato.

“Restiamo fedeli alle decisioni che abbiamo preso e stiamo lavorando per attuarle”, ha affermato Salam.

In tale contesto, la Presidenza della Repubblica libanese, il 23 marzo u.s., ha emesso un breve comunicato ufficiale riferendo gli esiti dei colloqui intercorsi tra il Presidente Joseph Aoun (cristiano maronita) e il Presidente del Parlamento Nabih Berri (musulmano sciita).

I colloqui, afferma la nota presidenziale, si sono svolti al fine di analizzare la situazione generale del Paese alla luce dei recenti sviluppi in materia di sicurezza.

I due leader si sono concentrati sull’escalation israeliana e sugli attacchi ai ponti che collegano il Libano meridionale al resto del Paese, nonché sulle potenziali ripercussioni.

Hanno inoltre affrontato la difficile situazione sociale e umanitaria derivante dallo sfollamento di quasi un milione di residenti del sud, provenienti da città e villaggi bombardati e distrutti. Entrambi i presidenti hanno elogiato il sostegno della popolazione agli sfollati e l’assistenza fornita dai ministeri e dalle organizzazioni umanitarie e sociali.

Il Presidente Aoun e il Presidente Berri hanno sottolineato altresì l’importanza dell’unità nazionale e della solidarietà tra il popolo libanese in questo momento critico, ribadendo la necessità di mantenere la pace civile e di non lasciarsi influenzare dalle voci diffuse da chi non ha a cuore il bene del Libano, soprattutto alla luce del consenso nazionale contro il ripetersi delle tragedie passate, in particolare il rifiuto di un ritorno alla guerra civile.

https://english.alarabiya.net/News/middle-east/2026/03/23/iran-s-irgc-commanding-hezbollah-operations-in-lebanon-pm-salam-tells-al-arabiya

https://nowlebanon.com/prime-minister-nawaf-salam-accuses-hezbollah-of-dragging-lebanon-into-war-highlights-irgc-role/https://www.presidency.gov.lb/

Libano: analisi del conflitto – visione filo-Hezbollah

Al-Akhbar, quotidiano libanese decisamente filo-Hezbollah, offre la possibilità di conoscere il pensiero delle milizie sciite libanesi, entità politico-militari sostenute dall’Iran, sul conflitto in corso nel martoriato Libano.

Si tratta certamente di un’analisi opposta a quella governativa, che sembra riflettere, tuttavia, un sentimento di frustrazione profonda che pervade l’intera popolazione libanese, stremata da anni di guerre infinite.

La scelta di Hezbollah di provocare la reazione di Israele è stata assolutamente irresponsabile, ma, tra le righe, emerge l’esistenza di una lacerazione profonda nell’anima dell’intero popolo libanese.

In particolare, Hadi Balout, analista di Al-Akhbar, afferma che il conflitto con l’entità israeliana non è semplicemente uno scontro militare o una disputa politica che può essere rimandata o trattata come una questione a sé stante.

Si tratta di un conflitto complesso, con molteplici dimensioni.

Ha dimensioni militari che impongono realtà sul terreno, dimensioni politiche che ridefiniscono gli equilibri e si estendono oltre, tracciando confini e costruendo sistemi, dimensioni economiche che mirano al controllo di risorse di ogni genere e dimensioni culturali che tentano di influenzare la coscienza e l’identità.

In sostanza, è una lotta per la sopravvivenza stessa: per la terra, la storia e il futuro del Libano.

La situazione libanese appare ancora più delicata e complessa.

Il Libano si trova al centro di questo conflitto, geograficamente, storicamente e politicamente. Pertanto, i pericoli per il Paese non si limitano alla possibilità di aggressione o a minacce dirette alla sicurezza, ma si estendono a qualcosa di molto più profondo.

Questi pericoli arrivano a scuotere l’idea stessa di Stato quando le autorità non riescono a definire e identificare la minaccia, e portano alla disgregazione della volontà nazionale quando il disaccordo sull’interpretazione del conflitto diventa un sostituto del suo confronto, nonché all’erosione della sovranità quando si fugge dalla realtà invece di affrontarla.

Il problema non è l’esistenza del conflitto, ma la sua negazione, e questa separazione tra la realtà così com’è e la percezione di come dovrebbe essere.

Il problema, in questo caso, non si misura in base alla forza o alla debolezza della minaccia, bensì in base a come essa viene gestita internamente.

Una minaccia di tale portata diventa esistenziale quando viene affrontata con confusione e divisione, o con la tendenza a minimizzarne la gravità.

Pertanto, la crisi non risiede nell’esistenza del conflitto in sé, ma nel modo in cui le autorità lo percepiscono: lo considerano una realtà che influenza la traiettoria e le scelte del Paese, oppure cercano di ignorarlo per eludere le proprie responsabilità?

A questo punto sorge spontanea la domanda:

che tipo di nazione può essere costruita correttamente se si basa sulla negazione di ciò che la minaccia, e che tipo di Stato può essere completo se non è in grado di vedere la sua vera posizione sulla mappa dei conflitti, o esita a riconoscere i pericoli che lo circondano?

Nel caso libanese, la questione non nasce da un’indulgenza intellettuale o da un esercizio teorico, ma dal cuore stesso dell’esperienza che questo Paese ha vissuto e continua a vivere, dove la storia si interseca con la geografia e i fattori interni si intrecciano con le pressioni esterne.

Questo produce una realtà che non può essere negata – anche se viene negata – né ignorata – anche se viene ignorata – perché il conflitto non è un evento passeggero, ma un elemento strutturale delle sue dinamiche e della sua influenza sul presente e sul futuro.

Il Libano, che si trova al centro del conflitto, non può permettersi il lusso della negazione. Eppure, una parte significativa della classe dirigente continua ad agire come se questo conflitto fosse aperto a diverse interpretazioni, o come se il pericolo fosse semplicemente una possibilità che può essere rimandata o minimizzata.

Qui sta il problema: la questione non è l’esistenza del conflitto, ma la sua negazione e questa discrepanza tra la realtà così com’è e la percezione di come dovrebbe essere.

Questa discrepanza porta inevitabilmente alla paralisi e allo svuotamento della politica della sua sostanza.

Quando lo Stato non riesce a svolgere la sua funzione fondamentale di protezione, tale funzione non scompare, ma viene trasferita alla società.

Dalle invasioni del 1978 e del 1982, il rapporto con l’entità occupante israeliana ha superato ogni semplice definizione. Non si tratta più di un rapporto con un vicino problematico che può essere riparato o contenuto. Piuttosto, è diventato un dato di fatto immutabile nella coscienza libanese, una realtà imposta dalla forza del suo progetto basato sull’occupazione e sull’espansione, un progetto che non ha mai celato la sua natura né i suoi obiettivi.

Eppure, il dibattito interno continua a ruotare attorno alla reale esistenza di questo pericolo o alla necessità di una risposta, come se ci trovassimo di fronte a una questione teorica piuttosto che a una realtà incombente. Qui risiede la profonda falla nella struttura politica libanese: la mancanza di consenso sulla definizione o sull’identificazione del pericolo, che porta all’incapacità di formulare una politica coerente.

Pertanto, a più di un secolo dalla sua fondazione, l’entità libanese appare incompleta: non nel senso di priva di forma, ma nel senso di priva di sostanza. Lo Stato esiste entro i suoi confini, ma è privo di un processo decisionale sovrano unitario. Le istituzioni esistono, ma sono incapaci di esercitare un potere pieno ed efficace. Esistono equilibri interni, ma se da un lato impediscono il collasso, dall’altro ostacolano la formazione di un sistema coerente.

Pertanto, la domanda non è più: lo Stato è debole? Piuttosto: lo Stato si è formato pienamente oppure è ancora in una situazione di incertezza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è ora?

La realtà libanese non riflette una completa uscita dallo stato di conflitto, bensì un suo congelamento all’interno di un fragile sistema politico, mentre la minaccia esterna persiste.

Ciò ha prodotto una duplice situazione: né uno Stato pienamente formato e basato su un potere ben definito, né uno stato di caos superabile per costruirne uno nuovo, bensì una via di mezzo che, per sua natura, rimane sospesa e produce soluzioni temporanee, poiché non affronta le cause profonde del problema né ne gestisce le conseguenze.

In questo vuoto, la resistenza è sorta al di fuori dei confini di scelte puramente ideologiche, come risposta pragmatica a un’urgente necessità nazionale imposta dall’occupazione.

Prima è arrivata l’occupazione, poi la resistenza; l’azione ha preceduto la giustificazione e la realtà ha preceduto la teorizzazione. Pertanto, si rende necessario riformulare la discussione, perché la resistenza non è la causa del problema libanese.

Quando lo Stato non riesce a svolgere la sua funzione fondamentale di protezione, questa funzione non scompare; piuttosto, viene trasferita alla società, che rivendica il suo diritto naturale all’autodifesa. La sovranità si sposta quindi dal suo quadro ufficiale alla sua espressione popolare.

Tuttavia, questa realtà – pur essendo necessaria – apre la porta a un’altra problematica legata al concetto stesso di Stato. Alcuni sostengono che lo Stato, nella sua essenza, sia la struttura che monopolizza e regola il potere. Quando le fonti di potere si moltiplicano, ciò indica una falla nella completezza di questa struttura, non semplicemente una competizione interna.

Pertanto, la domanda più fondamentale sorge sotto il peso di questa continua minaccia esistenziale: si può instaurare un monopolio del potere prima che si sia sviluppata la capacità di autodifesa? O è forse la capacità a stabilire questo monopolio? È lecito chiedere alla società di rinunciare ai propri mezzi di difesa in un momento in cui lo Stato non dispone di una vera alternativa?

L’esperienza libanese fornisce una risposta chiara: ciò non è possibile, perché la capacità, in questo caso, non è un dettaglio che può essere rimandato e trattato come un caso a parte, bensì una condizione per l’esistenza dello Stato, e ogni tentativo di aggirare o scavalcare questa condizione porta a indebolirlo, non a rafforzarlo.

Le nazioni non sono protette dalle buone intenzioni e dalla retorica vuota, ma dal potere effettivo che possiedono.

Gli eventi hanno dimostrato che affidarsi a forze esterne si è rivelato inefficace e che dipendere dalle cosiddette amicizie internazionali non è stato sufficiente; anzi, non è mai stato vantaggioso. Queste amicizie, anche nella loro forma migliore, rimangono incomplete e, in materia di sovranità, tale incompletezza è inaccettabile. Gli Stati non si proteggono con le buone intenzioni e la retorica vuota, ma con le loro effettive capacità.

In questo contesto, la resistenza emerge come espressione di un potere reale in Libano, non perché rappresenti un modello perfetto e privo di problemi, ma perché ha risposto a un bisogno che lo Stato non è stato in grado di soddisfare.

La resistenza ha cercato – e continua a cercare – di inserirsi in un quadro nazionale in cui supporti lo Stato, non lo sostituisca. Tuttavia, il problema non è stata l’esistenza di questa forza, bensì l’assenza di un quadro nazionale complessivo in grado di accoglierla e guidarla all’interno di una visione unitaria. Invece di diventare un elemento di forza all’interno del progetto statale, è stata deliberatamente trasformata dalle autorità in una fonte di divisione. La negazione fece ritorno, ma in una duplice forma: non si trattava più solo di negare l’esistenza del conflitto, ma anche di negare i mezzi per affrontarlo.

D’altro canto, il Libano non può essere considerato isolatamente dal contesto regionale, poiché fa parte di un ambiente turbolento in cui le crisi si sovrappongono e i rischi trascendono i confini di una singola parte. Pertanto, parlare di neutralità in un simile contesto si rivela un’illusione, poiché il Libano appare come una nave in mezzo al mare aperto che non ha la possibilità di cambiare rotta, ma può scegliere di affrontare la tempesta che lo attende. Il problema, tuttavia, non risiede nella tempesta in sé, ma nella consapevolezza di chi si trova a bordo: alcuni continuano a mettere in discussione la sua stessa esistenza, mentre altri agiscono come se fosse possibile sopravvivere individualmente e come se il destino nazionale potesse essere diviso, quando in realtà il destino è unico e non ammette divisioni. Di conseguenza, la nave o sopravvive con tutti i suoi passeggeri o affonda con tutti loro.

Pertanto, sulla base di quanto precede, negare il conflitto non può costituire la base per la costruzione di uno Stato, poiché non si tratta di una posizione politica, bensì di una sovversione della politica stessa.

Uno Stato nasce quando riconosce il pericolo che lo circonda, determina la propria posizione al riguardo e costruisce le proprie capacità su questa base. Qualsiasi altra soluzione non rappresenta la creazione di uno Stato, bensì progetti statali nati morti o amministrazioni temporanee finalizzate al perseguimento di interessi di parte o personali.

Le conseguenze di questa difficile crisi potrebbero essere posticipate, ma non scompariranno.

https://www.al-akhbar.com/news/lebanon/884951

Conclusione

Desidero chiudere questo lungo articolo con le parole dello scrittore brasiliano Paulo Coelho: “Non mi pento dei momenti in cui ho sofferto; porto su di me le cicatrici come se fossero medaglie. So che la libertà ha un prezzo alto quanto quello della schiavitù. L’unica differenza è che si paga con piacere e con un sorriso… anche quando quel sorriso è bagnato dalle lacrime.”

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]




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