Cultura

Bring The Kouchie Come – L’erba del vicino è sempre più reggae

Viviamo tempi difficili. Non si vede la fine di questo tunnel fatto di atrocità e incertezze. Ma a volte basta poco per darsi una calmata, allontanare l’ansia e alleggerire la mente. State pensando di accendervi una grassa canna, vero? Lungi da me portarvi su una simile strada. Però, se permettete, posso consigliarvi un degno sostituto delle droghe leggere. O, se preferite, un suo surrogato musicale: “Bring The Kouchie Come”, una nuova compilation targata Cherry Red Records.

Quarantasei tracce. Quarantasei ganja anthems, come recita il comunicato stampa che ne accompagna l’uscita. Sulla copertina un rasta seduto su una catasta di casse acustiche, intento a tirare una fumata con l’aria più serena del mondo mentre le palme ondeggiano sullo sfondo. Se non è un manifesto estetico questo, ditemi voi cos’è.

Il tempismo, innanzitutto. La Cherry Red – o meglio, la sua “succursale” Doctor Bird – ha scelto di mandare in stampa questa doppia raccolta di reggae e dub giamaicano proprio in tempo per il 20 aprile; una data che, nell’universo della controcultura cannabis-centrica, è diventata una ricorrenza quasi liturgica, celebrata da Amsterdam a Los Angeles passando per ogni garage e ogni tinello del mondo occidentale che si rispetti.

Una coincidenza? Difficile. Una mossa commerciale? Certamente. Ma anche, e soprattutto, un gesto di stile. Perché la Cherry Red Records riesce sempre a trasformare la semplice operazione discografica in dichiarazione d’amore verso la musica, e “Bring The Kouchie Come” non fa eccezione. C’è qualcosa di genuinamente affettuoso nel modo in cui questa etichetta londinese si prodiga nel recuperare e confezionare materiale d’archivio che altrove sarebbe destinato ai cestoni dell’Autogrill o al mercatino dei dischi usati.

La struttura dell’opera è semplice e intelligente. Il primo CD raccoglie i brani cantati: ventiquattro pezzi che attraversano il periodo che va dai primissimi anni ‘70 fino alla metà degli ‘80, quando il dancehall stava già soppiantando il roots reggae come suono dominante. Ci sono nomi che qualsiasi appassionato del genere riconoscerebbe all’istante – Horace Andy, Johnny Clarke, Barrington Levy, Lee “Scratch” Perry – affiancati a figure meno celebri ma ugualmente preziose come Linval Thompson, Cornell Campbell, Ranking Dread, il duo Dawn & Christine. Il secondo disco, invece, si immerge nel dub e nelle versioni strumentali con uno stuolo di maestri del suono che si dilata in una nube di fumo, fino a ridursi all’osso del groove.

Vogliamo parlare dei titoli dei brani inclusi? Potremmo dire che l’acquisto è già giustificato dal solo piacere di scorrere la tracklist con l’espressione di chi sta leggendo un catalogo botanico illegale. C’è una poesia bizzarra e irresistibile in questi titoli, una creatività nel nominare la sostanza in mille modi diversi – collie, sensimilla, kaya, herb, weed, ganja – che riflette l’incredibile ricchezza lessicale che la cultura giamaicana ha saputo costruire attorno a qualcosa di apparentemente semplice come una pianta.

Ma il paradosso più bello di questa raccolta è altrove. È nella lucidità – sì, avete letto bene – che trasuda da ogni suo solco. Ci si aspetterebbe, da una compilation dedicata alla celebrazione del consumo smodato di cannabis, un’atmosfera pigra e un po’ sciatta. E invece no. I brani colpiscono per qualità musicale e per quella precisione ritmica e melodica che è un po’ il marchio di fabbrica dei grandi produttori giamaicani (Bunny Lee, Harry Johnson, Niney the Observer e Jah Thomas, fra i tanti). Sembra un controsenso, eppure è proprio così: questa musica celebra l’erba (e i suoi effetti) con la stessa perizia artigianale con cui un ebanista lavora il legno più pregiato. Le atmosfere sono rilassate e paciose, ma sotto una coltre di fumo avvolgente c’è una struttura solidissima. Il reggae, anche quello più esplicitamente dedicato alla marijuana, è sì divertimento e intrattenimento, ma non smette mai di essere musica vera.

E questo ci dice qualcosa di importante. Negli anni ‘70 la ganja non era semplicemente una sostanza ricreativa nelle comunità giamaicane: era un atto identitario, un gesto di rottura contro l’ordine costituito, uno strumento di connessione all’interno della cultura rastafari. Come racconta il booklet della compilation, documentatissimo e scritto con ammirevole cura, la storia del cannabis in Giamaica è intrecciata con quella degli indentured labourers portati sull’isola dai britannici nel XIX secolo, con le radici spirituali dell’hinduismo e, last but not least, con l’ascesa del movimento rastafari e la sua visione della holy herb come canale per comunicare con Jah. Fumare, in quel contesto, significava resistere. Significava essere altro rispetto al sistema. E quella carica sovversiva, per quanto ammantata di volute di fumo e groove ipnotici, si sente in ogni singola traccia di questa raccolta.

Non siamo più abituati a questo tipo di musica. Siamo cresciuti con l’idea che il reggae sia essenzialmente spiritualità, impegno politico, denuncia sociale e coscienza dei problemi che affliggono il Terzo Mondo. E lo è stato, certamente. Ma “Bring The Kouchie Come” ci ricorda che c’è stato un filone altrettanto vitale, altrettanto autentico, che celebrava con semplicità (ma non con banalità) il piacere di esistere, di stare insieme, di accendere una “miccia” per raggiungere un livello superiore di lotta. Lontani dall’impegno inteso in senso comune, ma non dalla più pura forma di libertà.

Per i collezionisti di reggae, dub e dintorni, questa è una chicca da non perdere. Per i curiosi che vogliono avvicinarsi al genere, è un portale straordinario verso un universo sonoro che merita di essere esplorato. E per tutti gli altri – quelli che semplicemente vogliono spegnere il cervello per qualche minuto, dimenticandosi dei tempi difficili e dei tunnel di atrocità – beh, diciamo che questo “Bring The Kouchie Come” funziona. Quasi quanto uno spinello. Quasi…


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