Il bolzanino di Sarajevo che indaga sui safari umani: “Killer travestiti da turisti” – Cronaca
BOLZANO. Scarponi, occhiali da sole, tute mimetiche e fucili da caccia. Partenza il venerdì pomeriggio dai piccoli aeroporti del nord Italia. Destinazione: Bosnia Erzegovina. Mano al portafoglio. Quanto per una bambina? «Cento milioni di lire». E una donna? «Meno. Fai settanta». Affare fatto. I “turisti” vengono scortati da piccole organizzazioni private sulla linea del fronte sulle colline di Sarajevo, ma anche a Mostar e in altri piccoli borghi.
Monte Trebevic è la cima più ambita perché sovrasta direttamente il centro storico. Da qui c’è una visuale perfetta sulle piazze, sui palazzi, sui mercati. Sui civili. Chi per cinque giorni a settimana fa l’autotrasportatore, il manager d’azienda o il commercialista si ritrova per un weekend fianco a fianco all’esercito serbo-bosniaco. Uno scambio di consigli prima di imbracciare le armi.
Esempio: quando le mamme escono di casa per prendere l’acqua, allora escono fuori anche i figli per giocare. Tenersi pronti. Caricare i proiettili. Prendere la mira. Fuoco. È il tiro al bersaglio vivente sui civili intrappolati nell’assedio. Il mestiere che ha reso di più in quella bella terra devastata dall’odio che una forzata invenzione burocratica battezzò Jugoslavia.
Oggi, a 30 anni dalla fine della guerra (tre anni e dieci mesi: tanto è durato l’eccidio a Sarajevo), il cerchio si sta stringendo su quei ricchi stranieri che pagavano l’equivalente di un appartamento per sparare a persone inermi. Il lavoro di giornalisti e reporter si è trasformato in un esposto alla Procura di Milano che pochi mesi fa ha avviato un’indagine in pieno svolgimento.
Tra i primi indagati Giuseppe Vegnaduzzo, camionista 80enne originario del Friuli, e un imprenditore lombardo che al bar con gli amici si vantava delle sue spedizioni. Si stima che gli italiani coinvolti siano però oltre 230, forse provenienti anche dall’Alto Adige e dal Trentino.
Ed è qui che si incastra la figura di Nermin Kahriman, nato il 22 gennaio 1995 all’ospedale di Bolzano, oggi guida turistica in lingua italiana nella sua Bosnia. È un nome che non dice nulla alla nostra provincia, anche se fu uno dei primi a parlare del fenomeno dei cecchini-cacciatori oltre nove anni fa. È autore di due libri che parlano della crudeltà di quegli anni. Vuole “scavare”. Sta contribuendo alle indagini. Vuole vedere in faccia chi imbracciava i fucili e uccideva la sua gente.
«È atroce sapere che esistevano “mostri” – dice – che pagavano cifre enormi per fare secco un bambino, solo per il gusto di farlo. Spero che queste persone non dormano più la notte, sapendo che la verità sta uscendo. La giustizia non riporterà in vita nessuno – la vita delle famiglie è finita quando sono morti i loro figli – ma dare un volto ai responsabili è il minimo che oggi possiamo fare».
Nermin, riavvolgiamo il nastro. Anno 1995. Mentre in Italia c’era chi raggiungeva Sarajevo per uccidere a pagamento, migliaia di civili facevano il percorso contrario per salvarsi. Ci provavano quantomeno.
Una fuga disperata dai cecchini e dalle bombe. Così fu anche per la mia famiglia. Mio padre diede a mia madre due opzioni: restare a Sarajevo con una pistola e 5 colpi per uccidere i figli e se stessa se i nemici avessero sfondato la prima linea. Oppure fuggire. Mia mamma all’inizio non voleva, non voleva fare la “codarda”, ma poi capì che per salvare i miei fratelli doveva uscire. A Sarajevo non c’era più nulla da mangiare, l’acqua era introvabile.
Riuscirono a lasciare la città sotto assedio, arrivando a Zagabria, poi Spalato e infine l’Italia. Dal porto di Ancona un autobus li portò a Malles.
È stato uno shock per loro, arrivati lì non sentivano più parlare italiano ma tedesco. Mia mamma pensava che mio fratello l’avesse portata per sbaglio in Germania! Gli unici che parlavano italiano erano i carabinieri o i finanzieri.
Dove dormivate?
Ci piazzarono in un rifugio per stranieri. Io, appena nato, ero l’unico ad avere il codice fiscale. Quasi tutti gli altri profughi avevano dei numeretti identificativi. Mio fratello, per scherzare, mi scriveva col pennarello un numero sul braccio per dirmi: «Guarda che sei un migrante anche tu, non darti arie!».
Si è mai sentito fuori posto in Italia?
Forse all’inizio, quando eravamo appena arrivati. La mia fortuna è stata che, pur chiamandomi Nermin Kahriman, parlavo perfettamente il tedesco. Questo mi ha aiutato molto, a volte ero più accettato io dei miei amici italiani.
Anche in classe?
Assolutamente. Mio padre ci teneva moltissimo che frequentassimo le scuole italiane; aveva una profonda stima per gli italiani perché li ricordava come i pacifisti venuti in Bosnia ad aiutarci durante la guerra. Voleva che imparassi la lingua, per lui era fondamentale.
Avete girato molto in Alto Adige.
Prima di Silandro siamo stati a Malles, poi abbiamo avuto un appartamento a Coldrano, poi a Laces e infine a Corzes, una frazione sopra Silandro. Dopo un po’ di tempo abbiamo deciso di cambiare aria e ci siamo spostati a Salorno.
In Italia siete rimasti sedici anni. Poi?
Mio papà voleva vivere gli ultimi anni della sua vita nella sua terra, ora che era libera dalla guerra. Ma è stata durissima. Io mi sentivo un ragazzo italiano: guardavo One Piece e Naruto in tv. Sarò sempre grato a questo Paese perché mi ha permesso di non vedere le bombe da neonato e mi ha regalato 16 anni di vita insieme a mio padre, che ora ci ha lasciati.
Una malattia?
Un cancro. Colpa dell’uranio impoverito, si sono ammalati in migliaia come lui.
Come ha reagito?
Ho studiato tanto, ho frequentato l’università laureandomi in Lingua Italiana e Filosofia. Volevo trovare un modo per parlare ogni giorno la lingua che amo. Da undici anni faccio la guida turistica e ho aperto un’agenzia (“Bella Bosnia Tour”, ndr) che lavora esclusivamente in italiano. Molti mi dicevano che ero stupido, dato che parlo quattro lingue, ma io non lo faccio per soldi. Lo faccio per restare connesso con la gente che amo. Con i miei libri ho portato Sarajevo in Italia, e spero di aver portato un po’ di Italia a Sarajevo.
Pochi mesi dopo la sua nascita, nel ’95, venne a mancare Alexander Langer. Un “costruttore di pace” che si è battuto a lungo per la pace in Bosnia.
Mia mamma mi disse che durante l’assedio c’era una persona molto importante, un ragazzo forte d’animo che proteggeva Sarajevo parlando. Non ricorda il nome, ma era sicuramente uno tra Langer e Moreno Locatelli. Mio padre stimava immensamente i pacifisti italiani: li vedeva in prima linea mentre l’Onu restava con le mani in mano. Cantavano canzoni italiane sotto le bombe per portare conforto. È per questo che “babbo” ci ha mandati in Italia: si fidava di quel popolo.
I turisti-cecchini però facevano parte di quel popolo.
È vero, ma parliamo di duecento “mostri”. Non possiamo fare di tutta l’erba un fascio. Chi ha sbagliato, deve pagare.
Cosa ne sarà di questa indagine sui safari umani?
Noi bosniaci non abbiamo mai ottenuto giustizia. A Sarajevo sono stati uccisi 1601 bambini. Spero solo che chi sta svolgendo le indagini faccia un buon lavoro, senza errori, riuscendo finalmente a dare un volto a questi killer travestiti da turisti. Parliamo di gente che oggi è in libertà e magari ci sta leggendo.




