Teheran, raid su Diego Garcia. Adesso anche l’Europa ha paura
Il regime iraniano prova ad alzare il tiro. Non solo con minacce globali sparse ma anche con nuovi e preoccupanti attacchi. Per dimostrare al mondo che oltre 20 giorni di conflitto non hanno indebolito gli ayatollah. Teheran ha lanciato un attacco con due missili balistici contro la base anglo-americana sull’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano. Nulla di nuovo si potrebbe pensare. Se non fosse che l’isola dista 3.810 chilometri dall’Iran. L’attacco è fallito ma per Teheran rappresenta “un passo significativo nel confronto con gli Stati Uniti”. Che hanno indirettamente replicato colpendo l’impianto nucleare di Natanz, nella provincia di Isfahan, considerato il centro nevralgico del programma atomico della Repubblica islamica. Due episodi che si intrecciano e che rappresentano in qualche modo se non un’escalation un innalzamento del livello del conflitto.
Se Teheran aveva garantito di limitare la gittata dei suoi missili a 2mila km, è evidente come questo tentativo di attacco sia soprattutto simbolico. Secondo quanto ricostruito uno dei due razzi sarebbe finito in mare mentre l’altro è stato intercettato e distrutto. Ma il messaggio è chiaro e fa il paio con le minacce dell’altro giorno: possiamo colpire ovunque, nessun luogo è al sicuro. Anche se il regime era probabilmente consapevole di non poter colpire realmente la base, ha dimostrato che può arrivare lontano con i suoi missili, anche se non è certo quanto esplosivo trasportassero: l’ipotesi è che siano stati depotenziati, se non “inibiti”, per percorrere tale tragitto. I missili a disposizione di Teheran non sono infatti particolarmente sofisticati ma anche grazie all’assistenza tecnica e logistica degli “amici” russi, cinesi e nord coreani possono essere aggiornati e adattati alle esigenze. Quanto basta all’Idf israeliane per lanciare l’allarme: “I missili iraniani possono raggiungere Berlino, Parigi e Roma.
Il messaggio, comunque, resta. Diego Garcia è un atollo dell’Oceano Indiano, che ospita la base anglo-americana, punto d’appoggio chiave per rifornitori, ricognitori e bombardieri strategici. Nelle ultime settimane ha “accolto” i caccia F16 mentre al largo sono di stanza alcune unità della marina. In passato la Cia l’ha utilizzata come luogo di prigionia per membri di Al Qaeda catturati dopo l’11 settembre. Di recente è stata al centro di uno scontro tra Washington e Londra, con Trump infuriato perché il regno Unito ha fatto intendere di voler restituire l’atollo alle Mauritius, processo poi stoppato e superato dalla polemica per la concessione della basi britanniche agli Usa (anche se il tentato attacco nulla ha a che vedere con il tiramolla istituzionale).
Di contro, si accende il caso Natanz. L’impianto iraniano sarebbe stato colpito dagli Stati Uniti utilizzando le cosiddette bombe “bunker buster”, capaci di colpire in profondità e già utilizzata a giugno durante la guerra di 12 giorni. Israele ha subito preso le distanze dal raid attribuendone la responsabilità esclusiva agli americani. L’agenzia per l’energia nucleare non ha segnalato alcun aumento dei livelli di radiazione al di fuori del sito anche se il direttore Rafael Grossi ha ribadito l’appello alla moderazione “per evitare qualsiasi rischio di incidente nucleare”. Mentre da Mosca è arrivata la solita condanna parlando da che pulpito, di una violazione del diritto internazionale.
Intanto il conflitto dilaga. Ieri un missile balistico iraniano ha colpito un edificio nella città di Dimona, nel Sud di Israele. Circa 20 persone sono rimaste ferite tra cui un bambino di 10 anni. Le sirene sono risuonate in tutto il Paese per attacchi sia dall’Iran che dal Libano, dove sono segnalati scontri tra milizie di Hezbollah ed esercito israeliano.
In Bahrein invece è stata colpita la base militare americana di Juffair, attacchi anche su basi militari statunitensi di Ali al-Salem in Kuwait e di Al-Kharj in Arabia Saudita mentre missili e droni sono stati segnalati anche in Giordania. Se non è escalation, poco ci manca.
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