Hormuz, transiti ridotti del 95%. “Fermiamo i nostri nemici”. E il G7: “Misure per l’energia”
Mentre scriviamo questo articolo soltanto due navi stanno incrociando lo stretto di Hormuz e nelle ultime ventiquattr’ore soltanto tre hanno avuto il permesso di passare, contro una media giornaliera di 60. Basta questo dato per comprendere il peso della chiusura da parte dell’Iran del braccio di mare attraverso il quale passa il 20 per cento del traffico globale di greggio. Uno stretto che è diventata una vera strettoia mondiale per il commercio di una materia prima fondamentale, con conseguenti problemi di approvvigionamento e impennata di prezzi.
Teheran fa sul serio. Il controllo dello stretto rappresenta la sua principale arma di ricatto nei confronti della comunità internazionale. Ieri il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha precisato che “dal nostro punto di vista lo stretto è aperto. È chiuso solo alle navi appartenenti ai nostri nemici, i Paesi che ci attaccano”. Ma la verità è che l’Iran ha ridotto al minimo i transiti, in qualche caso chiedendo il pagamento di due milioni di dollari per il lasciapassare. Secondo la società di analisi sull’energia globale Kpler dalla chiusura dello scorso 2 marzo ci sono stati soltanto 116 passaggi, per lo più di petroliere (71) con un crollo del 95 per cento rispetto al traffico regolare: oltre a navi iraniane ci sono state imbarcazioni di Grecia (che con il 18 per cento ha il record di passaggi), India e Pakistan. I cargo sono stati costretti a percorrere un corridoio inusuale intorno all’isola di Larak, dove si sono dovuti sottoporre all’ispezione dei Pasdaran. Attualmente sono 3.200 le navi bloccate in attesa di un varco, tra esse nove petroliere cinesi associate alla Cosco, che si trovano al largo di Abu Dhabi. “Diversi governi, fra cui la Cina, ma anche India, Pakistan e la Malaysia, hanno avviato contatti con i Guardiani della rivoluzione per coordinare il transito di navi”, spiega Richard Meade di Lloyds List.
Il traffico lungo il percorso è crollato dall’inizio della guerra il 28 febbraio scorso, con più di un terzo delle navi in transito in questo periodo sottoposte a sanzioni Usa, europee o britanniche. “Dal 16, tutte le navi che vanno verso ovest (per caricare) appartengono alla Flotta fantasma, che si tratti di petroliere o metaniere, dominano ampiamente il traffico”, spiega Lloyds List. Una analisi di JP Morgan indica che la maggior parte del petrolio che transita dallo stretto è destinato all’Asia, soprattutto alla Cina.
E mentre salgono a 22 i Paesi pronti a impegnarsi per Hormuz dopo la tregua, con 16 governi che si sono uniti alla dichiarazione congiunta dei leader di Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone, l’Iran sta caricando due superpetroliere con 4 milioni di barili di greggio sull’isola di Kharg, per un valore di oltre 400 milioni di dollari. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione ha avvertito che un eventuale attacco statunitense contro l'”isola cisterna” potrebbe innescare un’escalation regionale. Secondo una fonte militare Teheran sarebbe pronta a rispondere con misure “senza precedenti”, inclusa la destabilizzazione della sicurezza nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab-al Mandeb. “Se il terrorista Trump commetterà un errore a questo proposito, gli riserveremo una sorpresa tale che non sarà nemmeno in grado di rimuovere le bare dei suoi soldati dalla nostra terra”, dice una fonte iraniana.
Intanto la Commissione europea ha invitato gli Stati europei a ridurre le scorte di gas per il prossimo inverno, passando dallo stoccaggio del 90 per cento, il livello normalmente richiesto, all’80 per cento per “rassicurare gli operatori del
mercato”. E i Paesi membri del G7 sono “pronti ad adottare le misure necessarie per sostenere l’approvvigionamento energetico globale”, come “il rilascio delle scorte deciso dall’Agenzia Internazionale per l’Energia l’11 marzo”.
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