Le barricate rosse per tenere Parigi
È stato costretto a intervenire a ripetizione, Emmanuel Macron, per mettere a tacere le accuse d’ingerenza nel processo democratico locale che oggi vedrà la Francia tornare alle urne. Arrivando al Consiglio europeo di Bruxelles, il capo dello Stato ha bollato come «insensate» le accuse a lui rivolte dal candidato sindaco di Parigi giunto in testa lo scorso fine settimana, il socialista Emmanuel Grégoire, che punta mantenere il dominio Ps nella capitale dove la gauche regna dal 2001. Grégoire, braccio destro della sindaca uscente Anne Hidalgo, punta il dito sul presidente, tacciato d’essere intervenuto a sfavore del Ps nel gioco delle intese verso il secondo e decisivo turno; in particolare, dicendo che Macron ha oliato una mossa a vantaggio della rivale, la neogollista Rachida Dati ex ministra confluita di recente nei governi della «Macronie».
Perché Parigi è diventata un caso? Primo perché tornata improvvisamente contendibile dopo 25 anni. E poi perché, assieme a Marsiglia, è la sola metropoli in cui un Ps francese non ha accettato
di scendere a patti con la sinistra oltranzista di Mélenchon contando su una vittoria che sembrava già avere in tasca, mentre altrove teme a tal punto di scomparire dalle città che ha accettato intese con i mélenechoniani.
Ma il gran rifiuto socialista di stendere un’alleanza o un’intesa programmatica con La France Insoumise a Parigi si scontra con l’ipotesi che i voti della candidata della destra conservatrice Sarah Knafo, che ha ritirato la sua candidatura al secondo turno nonostante si sia classificata, possano invece confluire sulla neogollista Dati. Non c’è alleanza strutturale tra la neogollista e la candidata della destra di Reconquête che vanta un pacchetto pari al 10,4% di voti. Ma secondo il socialista, preso alla sprovvista, ci sarebbe la mano di Macron dietro l’operazione. «È la prima volta nella storia che l’estrema destra supera il 10% a Parigi alle elezioni. E come per caso, alla prima volta che superano quella soglia e quindi hanno la possibilità di rimanere in corsa, si ritirano. È un patto con il diavolo», ha sottolineato Grégoire. «Osservazioni disonorevoli per chi le pronuncia con tanta leggerezza, non sono serie», ha risposto il presidente trascinato nella contesa elettorale, respingendo le accuse di presunto intervento. «Non conosco la Knafo e non intervengo in alcun modo nelle (elezioni) municipali, tutto falso, il quadro sia più rispettoso possibile».
Due giorni prima aveva messo in guardia contro gli «accordi conclusi
dai partiti» con gli «estremisti» di entrambi gli schieramenti, «pericolosi per la République». Un monito che per Grégoire cozza col presunto intervento «personale e a diversi livelli» per favorire il ritiro di Knafo, parlando di «errore morale» dell’Eliseo. Per l’avversaria neogollista Dati (che parte dal 25,46%) sono tutte «assurdità», e ha ottenuto anche la fusione della sua lista con quelle del centrista Pierre-Yves Bournazel (Horizons, 11,34%) con cui punta a scalzare la gauche. Altrove, nonostante il segretario Ps Faure abbia detto «nessun accordo nazionale» con i mélenchoniani, sono stati rinnovati patti di desistenza e alleanze in moltissime città pur di fermare i lepenisti.
Elettori spaesati: secondo un sondaggio Odoxa per Le Figaro, il 67% critica l’«incoerenza» e il «tradimento» del Ps che contraddice le dichiarazioni delle ultime settimane dopo il caso Deranque. Mélenchon conosce bene il suo ex partito: «Non ci costerà molto comprarli», aveva detto.
Via dunque ad alleanze di governo a Tolosa, Limoges, Avignone e Tulle. E a fusioni «tecniche» delle liste su proposta Lfi a Nantes, Brest, Clermont-Ferrand. Le Pen ha già rivendicato la vittoria in 24 comuni al primo turno ed è in testa in altri 60.
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