Storia del rock – Slowcore
Origini vaghe e frammentarie
Gli anni 80 sono un decennio particolare e ambiguo per la musica rock. Il rock così come era stato inteso negli anni 60 e 70 — già messo in discussione dal punk e dalle sue prime derivazioni più sperimentali — non esiste più nella stessa forma. Negli anni 80 assistiamo a una proliferazione e a una frammentazione di generi e contaminazioni che ridefiniscono profondamente la storia del genere. Non che prima mancasse la varietà, ma questo decennio genera una diversificazione stilistica all’interno di questo macro-genere davvero impressionante.
Basti pensare all’esplosione della new wave, già anticipata alla fine dei 70 dai primi dischi dei Talking Heads e dal monumentale “London Calling” dei Clash, che ridefiniva i contorni della musica rock non legandosi a un suono specifico, ma proponendo un linguaggio fatto di contaminazioni tra stili, generi e nuove tecnologie, ridisegnando così l’intero panorama.
Gli anni 80 sono particolari anche per un altro motivo: da una parte, complice la nascita di Mtv, che trasforma la musica in un medium anche visivo con tutto ciò che ne consegue in termini di produzione e costi, le grandi case discografiche acquisiscono ancora più potere e centralità; dall’altra, si assiste a una diffusione più ampia delle etichette indipendenti e dell’etica DIY (Do It Yourself), che ampliano — quantomeno a livello quantitativo — l’offerta musicale.
In questo contesto il rock muta aspetto fino quasi a non sembrare più tale, tanto che a volte si parla addirittura di crisi del rock. Le grandi industrie musicali diventano sempre più centrali e, soprattutto nella seconda metà del decennio, promuovono un rock sempre più contaminato dal pop, mentre le forme più alternative assumono caratteristiche così peculiari da non essere più nemmeno classificate come rock.
Cosa ci interessa di tutto questo? Che è proprio in questi anni che si inizia a delineare quello che noi chiamiamo indie rock, ovvero un tipo di rock prodotto e distribuito da etichette indipendenti. Le indie label, ovviamente, non nascono negli anni 80: la Rough Trade Records, una delle più importanti nel panorama del rock indipendente, è del 1976, e in generale realtà indie esistono fin dagli albori del mercato musicale (già negli anni 50 c’erano etichette indipendenti che pubblicavano jazz).
Tuttavia, tra la fine dei 70 e gli anni 80 si consolida un numero significativo di etichette indipendenti negli Stati Uniti e nel Regno Unito: 4AD, Creation Records, Dischord Records, Sub Pop e molte altre.
La musica pubblicata da queste etichette era estremamente eterogenea, ed è anche per questo che ancora oggi con “indie rock” intendiamo qualcosa che non ha un suono rigidamente definito: infatti queste etichette pubblicavano post-punk, dream-pop, gothic rock, hardcore punk, post-hardcore, jangle-pop e molto altro. In questa accezione, sono indie rock tanto i Black Flag quanto i Dream Syndicate.
Detto in breve: lo slowcore nasce in questo contesto.
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Genesi dello slowcore
Ora, visto il contesto, rimane da chiedersi: quando nasce lo slowcore? Difficile da dire, anzitutto perché è impossibile stabilire quando nasca il termine. La prima citazione del genere nel dizionario di Oxford è del 1991, in un libro di Chuk Eddy “Stairway To Hell: The 500 Best Heavy Metal Albums In The Universe”. Un’altra curiosa origine è stata rivelata da Alan Sparhawk al Paper Crane Podcast: secondo il fondatore dei Low, il termine lo coniò un suo amico e lui lo usò scherzosamente nei suoi primi concerti. Da lì, slowcore acquistò una certa popolarità e iniziò ad affermarsì seriamente per definire il genere negli anni 90. Inizialmente, tuttavia, gli artisti che venivano così identificati non sempre si riconoscevano in quella categoria, a cominciare proprio dallo stesso Sparhawk. Matt Kadane dei Bedhead sottolineerà che il “suonare lenti” non era il punto cruciale della loro musica (vedremo che in realtà non sarà così per tutti) e anche Jim Putnam dei Radar Bros rifiuterà esplicitamente l’etichetta. Il termine, insomma, nasce in modo decisamente controverso.
Oltre al termine, però, bisogna provare a darne una definizione, seppur minimale. Lo slowcore è generalmente associato a un tipo di rock alternativo lento – come suggerisce il nome – dalle tinte malinconiche, spesso minimale (ma non necessariamente), caratterizzato da atmosfere rarefatte e testi introspettivi.
Non si tratta però di un movimento unitario: le band etichettate come slowcore non si sono quasi mai riconosciute pienamente nella definizione; nemmeno la critica ha sempre utilizzato il termine in modo coerente; il genere stesso non è mai stato davvero codificato. Molti volumi dedicati all’indie-rock non lo menzionano affatto e le connessioni dirette tra i gruppi definiti slowcore sono, in realtà, piuttosto deboli. Inoltre, non c’è nemmeno un’etichetta di riferimento per quel particolare stile come poteva essere la Sarah Records per il twee pop britannico. Tuttavia, da qualche punto bisogna pur partire.
La band da cui solitamente si comincia e che presenta diversi tratti riconducibili a questo suono è un trio di Boston nato a metà degli anni 80 e attivo per un periodo relativamente breve: i Galaxie 500. Pubblicarono in tutto tre album: l’ottimo “Today” (1988, Aurora), il loro capolavoro “On Fire” (1989, Rough Trade Records) e “This Is Our Music” (1990, sempre per Rough Trade).
Il suono dei Galaxie 500 è un intreccio di diverse matrici indie dell’epoca: la lentezza ipnotica e i momenti psichedelici dei Velvet Underground – di cui Dean Wareham si è sempre dichiarato grande estimatore – le dilatazioni spaziali degli Spacemen 3, il proto-shoegaze dei Jesus And Mary Chain, le atmosfere sognanti e sospese del dream-pop di This Mortal Coil e Cocteau Twins, fino alle chitarre limpide del jangle-pop. Ne risulta un suono narcotizzante, lento, malinconico e sognante, che rielabora l’immaginario indie di fine anni 80 in una forma più spoglia e contemplativa. Un suono che ha incantato con le sue chitarre persino un gigante come Thurston Moore (Sonic Youth), che ha speso parole al miele per il gruppo di Boston.
È interessante anche la filosofia che stava dietro al loro progetto: in un’intervista riportata dal Guardian, Wareham spiegò che non volevano fare “rock” nel senso tradizionale del termine, né far ballare la gente; volevano semplicemente “creare qualcosa di bellissimo”. Per farlo, servivano tempi dilatati, dinamiche contenute e un’intensità più interiore che spettacolare.
I Galaxie 500 sono sicuramente un punto di riferimento, ma si può già parlare di slowcore in senso pieno? La linea che separa un post-punk particolarmente lento e sognante da un suono propriamente slowcore è estremamente difficile da tracciare.
Non bisogna dimenticare che gli anni 80 sono un decennio profondamente segnato da una certa lentezza e da un’estetica malinconica: dal suono cupo e funereo dei Joy Division, all’ethereal wave e al primo dream-pop già citati, per giungere persino al Bruce Springsteen di “Nebraska“, con il suo minimalismo spoglio e crepuscolare che anticipa parte dell’Americana e dell’alt-country degli anni successivi.
Non a caso, una band che riprende motivi folk e country rielaborandoli in una chiave malinconica e rallentata, gli American Music Club, viene spesso indicata come uno dei possibili antesignani del genere. L’accostamento è rafforzato anche dal fatto che fu grazie all’intercessione di Mark Eitzel che i Red House Painters riuscirono a entrare nella 4AD, etichetta con cui pubblicarono quelli che sono generalmente considerati i loro lavori più rappresentativi.
Meno frequentemente accostati allo slowcore, ma per certi versi sorprendentemente affini – tanto da sembrare quasi dei Low con qualche anno di anticipo – sono i Cowboy Junkies. Le loro strutture dilatate, l’uso del silenzio, il minimalismo degli arrangiamenti e la rielaborazione contemporanea di folk e country mostrano una notevole somiglianza con quelle coordinate estetiche che negli anni 90 verranno più stabilmente ricondotte allo slowcore.
Tracciare una linea oggettiva, netta e inattaccabile è impossibile. Lo slowcore, come detto, non è un movimento, non è un genere codificato sempre con precisione e nessuna band si è mai auto-nominata fondatrice del genere. Tuttavia dobbiamo pur farlo cominciare da qualche parte, e ciò che sembra rappresentare meglio il momento in cui il genere acquisisce una identità un po’ meno vaga e tratti un po’ più definiti è l’operazione di lentezza metodologica dei Codeine.
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La lentezza come programma
I Codeine si formano a New York nel 1989 per iniziativa di Stephen Immerwahr e John Engle, ai quali si unisce poco dopo Chris Brokaw. Prima di questa esperienza, Brokaw era stato attivo nella scena hardcore con i Pay The Man e aveva avuto anche una breve parentesi come turnista nella band di GG Allin.
In una fase iniziale, Immerwahr ed Engle avevano dato vita a un progetto chiamato Squid, insieme a Peter Pollack, già batterista dei Pay The Man. Il contatto tra Brokaw e i due avvenne grazie all’intercessione di Sooyoung Park – membro dei Bitch Magnet e in seguito dei Seam – che li mise in contatto e contribuì a sostenere e promuovere la nascente formazione.
Nelle varie interviste reperibili online – in particolare in quella ripubblicata dalla Numero Group – Stephen Immerwahr ha spiegato come fosse profondamente affascinato dal concetto di tempo e di lentezza, dagli stati depressivi e di straniamento, così come dagli effetti anestetici degli oppiacei, e come volesse tradurre tutto questo in musica.
Per lui la lentezza non era un semplice espediente stilistico, ma una tipologia espressiva capace di conferire maggiore intensità ai brani: rallentare significava amplificare la tensione emotiva, rendere più percepibile il vuoto, restituire quella sensazione di isolamento interiore che sentiva propria. In questo senso, si comprende anche la scelta del nome della band, che richiama esplicitamente l’idea di torpore e di sospensione. Il trio trovò fin da subito una forte sintonia, e quella lentezza programmatica divenne il principio fondante del progetto, più che una semplice cifra atmosferica.
Su queste premesse esce nel 1990 “Frigid Stars Lp“, pubblicato dalla Sub Pop. L’etichetta ci consente di introdurre un altro tema. La Sub Pop è una label di Seattle diventata celebre per la diffusione del grunge; il fatto che nel loro roster figurassero i Codeine è piuttosto anomalo. E lo è ancora di più se consideriamo che Immerwahr ha presentato il proprio stile come una reazione a quello di Eddie Vedder dei Pearl Jam. Immerwahr cercava un metodo espressivo diverso, in aperta contrapposizione alla forza esplosiva e all’enfasi del grunge. Questa postura, in un panorama dominato dal grunge e da uno stile indie sempre più rumoroso e in parte più commerciale, sarà condivisa anche da figure come Alan Sparhawk dei Low.
I Codeine si pongono quindi in consapevole opposizione rispetto a quel contesto sonoro. Immerwahr ha citato anche lo speed metal – che ascoltava molto al college – per sottolineare la natura programmatica della loro scelta: proporre qualcosa di radicalmente differente, fondato sulla sottrazione e sulla lentezza.
I Codeine si presentano così con uno stile peculiare, lento e controllato, in cui distorsione e melodia convivono in un equilibrio teso e perfettamente amalgamato. La compresenza di elementi melodici e di chitarre distorte non era certo una novità nell’indie da cui i Codeine attingono: gruppi come Dinosaur Jr. e Pixies (in particolare nel periodo di “Doolittle“) avevano già reso centrale questa dialettica sonora. Allo stesso modo, esperienze come quelle dei Dream Syndicate nel contesto del Paisley Underground – tra recupero del garage rock, psichedelia e sensibilità indie – o il post-punk furioso dei Mission of Burma, così come certe asperità dei Fall (da cui proviene il titolo stesso “Frigid Stars”), avevano già lambito tensioni simili. Stesso discorso per gli stessi Bitch Magnet e Seam, a cui i membri dei Codeine erano vicini.
La limpidezza delle chitarre che caratterizza alcuni passaggi dei Codeine affonda invece le radici nel jangle-pop, cifra sonora diffusa negli anni 80; non a caso John Engle era un grande estimatore degli Smiths. Ma i riferimenti non si esauriscono all’interno del mondo indie. Lo stile minimale e la lentezza ipnotica derivano anche – come emerge da una testimonianza ripubblicata dalla Numero Group – dall’influenza di “Cortez The Killer” di Neil Young. Secondo quanto riportato, nelle intenzioni della band molti brani dei Codeine volevano essere variazioni prospettiche su quel capolavoro. Del resto, già negli anni 70 Neil Young aveva proposto pezzi lenti, minimali e dai toni malinconici e riflessivi, soprattutto in “On The Beach” e in “Zuma”, da cui proviene proprio “Cortez The Killer”.
Nei Codeine il rock si presenta in una forma quasi decostruita: un intreccio di distorsioni e linee melodiche rallentate, sostenuto da strutture minimali e da un’atmosfera claustrofobica. Nulla, in senso assoluto, è completamente inedito; ciò che appare nuovo è la radicalità con cui questa disperazione viene trasformata in una litania lenta e reiterata. Le influenze indie vengono svuotate della loro eventuale funzione liberatoria: qui la distorsione non ha una valenza catartica, ma serve ad accentuare un senso di vuoto e di sospensione esistenziale.
Nonostante la Sub Pop avesse suggerito di rendere il suono più vicino a certe coordinate grunge, i Codeine rimasero fedeli alla propria linea, senza per questo rinunciare del tutto a distorsioni e rumore. I Codeine rimarranno sempre loro stessi, e questa scelta li rende il punto di inizio di questa nostra storia.
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Lo slowcore negli anni 90
La storia raccontata fin qui potrebbe far pensare che, sull’onda dei Codeine, siano nate un sacco di band pronte a inseguire il loro mito. Ovviamente non fu così: i Codeine rimasero una formazione di nicchia e i primi nomi “importanti” dello slowcore non li avrebbero mai citati come influenza diretta. Tuttavia, la loro operazione rimane un punto di riferimento iniziale, e da essa si svilupperà una scia di progetti simili che, pur con intenti e background diversi, ripercorreranno quel suono lento, minimale e malinconico.
Tra i pionieri del genere, i Red House Painters sono il primo grande nome da segnalare. Fondati ad Atlanta nel 1988 da Mark Kozelek, si trasferirono presto a San Francisco nel 1989. Qui, come già accennato, entrarono in contatto con Mark Eitzel, che li aiutò a firmare per la 4AD, una delle più prestigiose etichette indipendenti britanniche.
La musica dei Red House Painters, probabilmente in modo non intenzionale, radicalizza il modello dei Codeine: proposta ancora più minimale, essenziale, intrisa di un senso di vuoto esistenziale senza precedenti per l’epoca. Il riferimento alla band di Eitzel fornì un contesto ideale: il suono di Kozelek appare come un folk decadente nel quale si intrecciano le atmosfere eteree e sospese tipiche del dream-pop della stessa 4AD. Chitarre flebili, pulite e funeree disegnano paesaggi sonori immateriali, mentre la voce profonda e spesso spettrale di Kozelek narra di alienazione, incomprensioni e amori spezzati.
I loro lavori principali sono il primo album, “Down Colorful Hill“, uscito nel 1992, capolavoro slowcore dal taglio cantautorale, e il successivo “Red House Painters (Rollercoaster)”, pubblicato l’anno seguente, che mostra scelte compositive più stratificate seppure il liricismo risulti ancora centrale. Va però sottolineato che, pur rispettando e attingendo alla scena indie coeva, Kozelek cita come principali influenze cantautori e band rock classiche: John Denver, Neil Young, Pink Floyd e Leonard Cohen. Con i Red House Painters, Kozelek pubblicherà altri album fino al 2001 (“Old Ramon”), prima di fondare Sun Kil Moon.
Un’altra istituzione dello slowcore sono i Low. La band, fondata da Alan Sparhawk e Mimi Parker a Duluth nel 1993, è probabilmente la più longeva del genere e una delle più riconoscibili per il suo suono unico. Anche i Low rappresentano un intreccio di influenze: dal dream-pop all’indie pop, passando per il folk, con tocchi di alt-country e una certa sensibilità che richiama il post-rock nascente.
Tra le possibili influenze dei Low sono stati citati i Galaxie 500, ma anche – per stessa ammissione del gruppo – classici come Velvet Underground, Joy Division, Swans e Beatles. Altri nomi presenti nella lista originale erano Mazzy Star, Cowboy Junkies e Tim Buckley.
I Low estremizzano ulteriormente l’operazione di decostruzione della musica rock iniziata dai Red House Painters (che, è bene precisarlo, erano coevi: nella prima fase non rappresentarono quindi un’influenza diretta), rendendo il rock quasi stilizzato. Se la cifra dei Codeine era la lentezza ipnotica, quella dei Low è l’essenzialità. I loro brani sono estremamente minimali: riff di chitarra semplici, ripetitivi e ipnotici; linee di basso essenziali e pattern di batteria misurati, su cui si innestano le voci eteree di Alan Sparhawk e Mimi Parker, trattate con riverbero costante ed effetti che conferiscono un tono trasognato e mistico a ogni brano.
La loro malinconia ha una qualità quasi spirituale: la musica dei Low è lo scheletro stesso del rock, lenta e sospesa, con il silenzio a rimpiazzare le distorsioni del grunge. Non una ribellione rispetto al rock più rumoroso di quegli anni, bensì semplicemente la risposta a un bisogno interiore, che non poteva essere perseguito con le forme sonore dominanti del periodo.
Il loro capolavoro assoluto è il debutto “I Could Live In Hope” del 1994, dove queste caratteristiche raggiungono il culmine. Con “The Curtain Hits The Cast” il minimalismo si accentua ulteriormente e le influenze folk diventano più marcate. Con “Secret Name” si assiste a una svolta più orchestrale, che culmina in “Things We Lost In The Fire”. Con il tempo le loro influenze si amplieranno, innestando elementi noise, elettronici e ambient. Un percorso che si chiuderà purtroppo in modo tragico con la scomparsa di Mimi Parker, il 5 novembre 2022, a soli 55 anni, in seguito a una battaglia contro il cancro.
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In quegli anni sono attive anche altre formazioni ugualmente interessanti, sebbene oggi forse meno note. Gli Idaho, che aprirono anche concerti per i Red House Painters, con “Year After Year” si muovono lungo una linea affine a quella dei Codeine, mescolando slowcore, distorsioni e rumore. Nel loro debutto gli Idaho si spingono però ancora oltre in termini di radicalità: il senso di disperazione raggiunge vette che raramente erano state toccate persino dai Codeine, e il disco si rivela un piccolo gioiello nascosto del genere. La band è riuscita inoltre a mantenere una certa longevità – circostanza non comune nello slowcore – pubblicando negli anni successivi diversi altri lavori di buon livello.
I Bedhead, fondati addirittura prima dei Codeine (nel 1988), pubblicano però il loro primo album solo nel 1993. Il loro slowcore, influenzato anche dal proto-post-rock dei Talk Talk – come ammesso dallo stesso Matt Kadane – prende forma in “WhatFunLifeWas”. Kadane, tuttavia, ha più volte espresso perplessità rispetto all’etichetta slowcore: la lentezza, a suo parere, non costituiva l’essenza del progetto.
In parte accostabili al filone sono anche i californiani Black Heart Procession. Nati nel 1997 come progetto parallelo di due membri dei Three Mile Pilot, il cantante Pall Jenkins ed il tastierista Tobias Nathaniel, si costituiscono come gruppo vero e proprio l’anno seguente, con l’aggiunta di Mario Rubalcaba alla batteria e l’esordio con l’album “1” per la Headhunter, ispirato al cantautorato noir, che vede la partecipazione di Jason Crane dei Rocket from the Crypt.
Il secondo album “2”, pubblicato per la Touch & Go nel 1999, è considerato il loro vertice assoluto. Nei brani, alcuni arrangiamenti delle marce funebri e delle tradizioni musicali americane si amalgamano con un’attitudine lo-fi. L’album viene indicato dalla critica musicale come uno degli album più rappresentativi del post rock degli anni Novanta, una forma di evoluzione cupa e quasi “liturgica” dello slowcore.
Lo slowcore presenta anche punti di contatto con l’alt-country. Lo si può percepire nei Rex, che nel 1994 pubblicano l’ottimo “C”, e nei Radar Brothers, di cui è degno di menzione il self-titled del 1996. Ma questa tendenza si sviluppa soprattutto negli Acetone: il loro omonimo del 1997 è una gemma in cui convergono alt-country, psichedelia e folk-rock, dando vita a un disco in cui luce e desolazione convivono in equilibrio sottile.
Non mancano poi progetti definiti slowcore che innestano elementi elettronici, come gli scozzesi Arab Strap, o realtà più strutturate in cui convivono post-rock, jazz, chamber pop, folk e psichedelia, come nei britannici Movietone, tra le cui fila ha militato anche Matt Elliott.
L’etichetta slowcore verrà talvolta attribuita anche ad alcune formazioni post-rock o post-hardcore di chiara ascendenza slintiana, come i Karate, caratterizzati da un equilibrio tra momenti più sostenuti e lentezze narcotiche all’interno di strutture compositive articolate.
Una band che va sicuramente citata quando si parla degli anni 90 è quella dei Duster. Sebbene leggermente tardivi rispetto ai pionieri dello slowcore, sono probabilmente diventati col tempo la formazione più iconica e mitizzata del genere.
I Duster si formano nel 1996 a San Jose. Incredibile a dirsi, Clay Parton e Canaan Dove Amber provenivano da una band screamo, i Mohinder. E il passaggio da un suono teso e frammentato a uno così rarefatto e spaziale sarà netto e stupefacente.
Eredi dell’approccio lo-fi di band come Pavement e Guided By Voices, i Duster innestano quell’estetica su una miscela più ampia: space rock, shoegaze e neo-psichedelia. “Stratosphere” (1998) è il loro capolavoro. Un disco in cui si intravedono in controluce tutti gli elementi dell’indie ottantiano e novantiano, rimescolati in un composto dal suono unico, fragile e ipnotico. È uno di quei lavori che non dominano il proprio tempo ma che, con gli anni, diventano oggetti di culto. Ancora oggi continua a esercitare un fascino fortissimo sulle nuove generazioni.
“Contemporary Movement” (2000) è un altro disco che vale la pena ascoltare: riprende gli stessi temi di “Stratosphere”, ma in forma più compatta e meno eclettica, con una struttura più coesa e diretta. Negli anni 90 pubblicano anche ottimi Ep, in particolare “Transmission” e “Flux”, che mostrano il loro lato più sperimentale e frammentario. Per chi vuole immergersi completamente nel loro universo sonoro e ha coraggio, la raccolta “Capsule Losing Contact” (2019) riunisce praticamente tutta la loro produzione: è lunga e impegnativa, ma il tempo dedicato all’ascolto sarà decisamente ben speso.
Negli anni 90 lo slowcore viene talvolta associato anche a una certa area di cantautorato indie, come quello di Smog (Bill Callahan), Cat Power, Vic Chesnutt, Will Oldham e Songs: Ohia (Jason Molina). È difficile stabilire fino a che punto si possa parlare propriamente di slowcore: sembrerebbero piuttosto progetti cantautorali che utilizzano folk e country come linguaggio espressivo e che, come spesso accade in questo ambito, adottano un tono delicato, dimesso e malinconico.
Bill Callahan ha sempre citato come principali influenze cantautori classici, e i punti di contatto con lo slowcore appaiono limitati, se non in una certa attitudine minimalista e in un uso misurato degli arrangiamenti. Anche Jason Molina, che agli inizi militò come bassista in una band metal e che collaborò occasionalmente con gli Arab Strap, sviluppò un percorso eminentemente cantautorale. In questi casi si tratta dunque di progetti che possono presentare talvolta elementi di vicinanza estetica allo slowcore, ma che rimangono radicati in una tradizione songwriter autonoma.
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L’ultima grande band da citare sono i Carissa’s Wierd. Il gruppo si forma a Seattle nel 1995, ma è attivo principalmente negli anni 2000. I Carissa’s sviluppano una forma di pop orchestrale che, nei primi anni 2000, avrà un certo successo nell’indie-rock e culminerà, idealmente, in esperienze come quelle degli Arcade Fire, combinando orchestrazioni e indie-folk in una formula che diventerà molto influente. La loro musica crea tripudi sonori eleganti e, allo stesso tempo, emotivamente travolgenti.
In particolare, con “Songs About Leaving”, considerato il loro capolavoro, la lentezza raggiunge vette emotive struggenti e difficilmente replicabili. La componente orchestrale, lungi dal rendere il tutto melenso, amplifica l’intensità emotiva dei brani, conferendo loro un fascino quasi magico. All’inizio, con “Ugly But Honest”, album altrettanto valido, i Carissa’s prediligono un approccio più lo-fi; tuttavia, con i successivi “You Should Be At Home” e “Songs About Leaving”, abbracciano una produzione più ricca e orchestrale, dimostrando che, in questo caso, la rinuncia al lo-fi è stata una scelta vincente.
Ora la nostra storia finisce qui. Non perché lo slowcore sia scomparso dopo i Carissa’s Wierd: il genere vive anche oltre i 2000, ma, essendo ormai una corrente poco unitaria, abbiamo preferito mettere in luce la sua formazione e le espressioni più significative. Ci sono ancora artisti da citare: i Tacoma Radar, a metà anni 2000, propongono uno slowcore contaminato dalla dolcezza del twee pop nel pregevole “No One Waved Goodbye”; Ethel Cain negli ultimi anni ha sperimentato uno slowcore con forti riferimenti al primo dream-pop; i Deathcrash, della scena di Windmill, hanno recentemente pubblicato un disco che fonde slowcore e post-rock; i For Carnation di Brian McMahan (Slint) o l’alt-country di MJ Lenderman sono altri esempi interessanti.
Potremmo continuare a elencare nomi per pagine e pagine, ma non sarebbe necessario. Ciò che importa è aver reso un’idea di cosa sia lo slowcore e, soprattutto, aver accettato che definirlo in maniera chiara al 100% è impossibile: la natura stessa del contesto in cui il termine nasce e si sviluppa lo rende un genere che non è identificabile con una precisione millimetrica, ma è uno stile che possiamo definire a maglie larghe. Ma questo non lo rende un’operazione necessariamente arbitraria, perché l’etichetta slowcore ci permette di descrivere una risposta alternativa a un certo modo di fare rock che si sedimenta e si sviluppa all’ombra del rumore del mainstream degli anni Novanta.
22/03/2026









