Bad Boys: Ride or Die arriva su Netflix scalando le classifiche, trama e cast e perché tutti lo vedono
Quando nel 1995 Michael Bay piazzò Will Smith e Martin Lawrence dietro le badge della polizia di Miami, nessuno immaginava che quella coppia strampalata di detective sarebbe diventata un franchising capace di attraversare tre decenni. Eppure eccoci qui, nel 2024, con Bad Boys: Ride or Die che sbarca nelle sale italiane il 13 giugno, portando con sé tutto il bagaglio di nostalgia, esplosioni e battute sopra le righe che hanno reso la saga un cult del cinema action. Ora, il film raggiunge Netflix e in breve tempo diventa il più visto sulla piattaforma in Italia.
Diretto dalla coppia Adil El Arbi e Bilall Fallah, già alla regia del terzo capitolo Bad Boys for Life del 2020, questo quarto episodio arriva in un momento particolare. Non solo per il franchise, che dopo quasi trent’anni potrebbe mostrare la corda, ma soprattutto per Will Smith, reduce da anni turbolenti che hanno messo in discussione la sua immagine pubblica. E proprio qui sta il primo elemento di interesse: Bad Boys 4 diventa, volente o nolente, un film sulla redenzione. Non solo quella dei personaggi sullo schermo, ma anche quella del suo protagonista fuori dal set.
La trama riprende le avventure degli agenti Mike Lowrey e Marcus Burnett, questa volta alle prese con uno scandalo che coinvolge il loro defunto Capitano Conrad Howard, interpretato da Joe Pantoliano. L’accusa è pesante: aver collaborato con i cartelli della droga. Per i due detective, questo significa non solo difendere la memoria del loro mentore, ma anche scagionarsi da sospetti che li vedono complici di traffici illeciti. Il risultato è una fuga disperata, braccati sia dalla polizia che dai malviventi, costretti a lavorare al di fuori della legge per risolvere un caso che minaccia di distruggere tutto ciò per cui hanno lavorato.
Ma se la trama può sembrare il classico pretesto per inscenare inseguimenti automobilistici e sparatorie coreografiche, c’è un sottotesto interessante che attraversa i 115 minuti di durata del film. Bad Boys: Ride or Die è, a suo modo, una riflessione sul passaggio generazionale. I due protagonisti, ormai non più giovanissimi, si trovano a dover fare i conti con una nuova generazione di poliziotti e criminali. Devono affidarsi alle competenze di chi è più giovane, accettare che i loro metodi old school potrebbero non bastare più. È una dialettica che il film porta avanti con intelligenza, senza mai prendersi troppo sul serio. Perché, diciamocelo chiaramente, Bad Boys: Ride or Die non ha pretese autoriali. È intrattenimento allo stato puro, conscio della propria natura di blockbuster estivo fatto di adrenalina e spettacolo. E proprio in questa consapevolezza sta la sua forza.
Il cast vede il ritorno di volti noti come Paola Núñez e l’arrivo di nuove energie: Vanessa Hudgens, Alexander Ludwig, Eric Dane, Ioan Gruffudd e Jacob Scipio arricchiscono un ensemble che fa da contorno alla coppia protagonista. Ma sono sempre loro, Smith e Lawrence, il cuore pulsante del film. La loro chimica è intatta, il timing comico funziona ancora, e la capacità di alternare momenti drammatici a gag demenziali resta il marchio di fabbrica della saga.
Il quarto capitolo della saga si pone quindi come un ponte. Tra passato e futuro, tra vecchia e nuova guardia, tra un Will Smith che cerca di ricostruire la propria immagine e un pubblico che vuole semplicemente rivederlo fare quello che sa fare meglio: sparare battute e cattivi con la stessa nonchalance. Se accettate le premesse, se non pretendete rivoluzionari narrativi o profondità filosofiche, allora Bad Boys: Ride or Die mantiene tutte le sue promesse. E in un panorama cinematografico sempre più frammentato e imprevedibile, già questo è un piccolo miracolo.
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