«Calùra», paesaggio calabro con apocalisse
È un’acquaforte spietata d’una possibile apocalisse «Calùra» (Rubbettino), romanzo d’esordio di Saverio Gangemi, calabrese di Melicucco, che ha ricevuto la Menzione speciale della Giuria al 37. Premio Calvino ed è stato proposto da Massimo Onofri al Premio Strega.
Un pomeriggio di giugno viene giù di botto una «calùra» anomala, un’aria rovente e ferma che stende una patina collosa e giallastra tra cielo e terra. E il respiro della natura, fino ad allora benevolo, nonostante la peste appena passata, si fa arroventato per il gruppo familiare posto sotto la lente di chi scrive. È uno scampolo d’umanità colto in un’epoca non ben definita (forse intorno al XV secolo, come sembra da alcune spie storico-linguistiche) in un luogo innominato ma che da pochi termini dialettali s’intuisce essere la Calabria.
Tutto, però, è irriconoscibile per indicare l’insignificanza della presenza dell’uomo sul pianeta. Anche il tempo, individuale e collettivo, sembra immoto, perché di fronte al tempo cosmico, quello della presenza umana sulla terra è un attimo, appiattito su esistenze che di tempo in tempo si sono mosse tra folgoranti scoperte e devastanti cadute. E quando la «piria», la «calùra» avvolge tutto nella sua morsa «arsuriata» la prima a cedere è la natura: s’arrendono l’edera, il gelsomino, il fico, entrano in agonia gli ulivi saraceni, i pomodori, l’origano, le rose, soccombono gli animali, in mezzo ai quali si svolgeva la vita semplice e solidale di una famiglia, con il nonno Lanczo, la madre Filomena, i figli Lanczo, Nina, Rachela e il piccolo Doriano, l’amico Duardo promesso di Teresa portata via, come altri, dalla falce della peste. Vite ora narcotizzate dalla costrizione della sopravvivenza, da quando la «calùra» ha tolto significato ai giorni.
Solo un albero resiste, nato da una verga rinsecchita e cresciuto magicamente, o maleficamente, in maniera abnorme, il cui fogliame rigoglioso assicura al gruppo familiare un po’ d’ombra e attorno al quale si muovono infiniti occhi di lucciole (i morti?) che scrutano le ombre spettrali dei vivi. Ma in una geografia aliena, fortemente simbolica del vuoto del nulla, il fiato della morte alita su tutto, mentre si trascinano le ore dell’attesa e si sbriciolano anche le parole, il corpo che appassisce per inedia, non più padrone dei propri pensieri, perché è nella carne che s’imprime il disordine fisico e la perdita della bellezza della natura. Che tuttavia sembra resistere, in un ciclo di rinascita indifferente alla presenza dell’uomo sulla terra.
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