Saleh impiccato dopo le proteste. Il campione di lotta simbolo antiregime
Le ferite all’orecchio rivelano le torture subite in carcere. La testa rasata, come si addice ai detenuti, penzola all’improvviso, una perdita di conoscenza legata allo sfinimento fisico e agli abusi. Le ultime immagini di Saleh Mohammadi in vita risalgono al 19 marzo, poche ore prima della sua esecuzione, e sono state girate in un’aula di giustizia di Qom, la città santa dello sciismo in Iran, dove insieme ad altri due imputati era sotto accusa in seguito all’arresto del 15 gennaio nelle proteste anti-regime. Da quel giorno Saleh, 19 anni, campione di lotta libera, membro della nazionale iraniana, è il nuovo simbolo della “macelleria” che la Repubblica islamica sta mettendo in atto contro i suoi oppositori. Impiccato pubblicamente dopo l’ennesimo processo farsa denunciato dalle organizzazione per i diritti umani, tra cui Amnesty International, e dopo una confessione estorta sotto tortura insieme ad altri suoi due compagni di sventura, accusati indebitamente di aver ucciso due agenti di polizia, ma di fatto colpiti per aver avuto il coraggio di scendere in strada contro il regime, che ha aggiunto l’imputazione per moharebeh, “inimicizia contro Dio”, reato ideologico strettamente legato alla sharia, la legge fondata sui precetti del Corano. In tutto tre esecuzioni, le prime ufficiali legate alle proteste anti-governative in Iran culminate nel massacro di inizio gennaio, a cui si aggiungono altre due su cui il regime ha steso un velo di silenzio.
È l’orrore della dittatura iraniana, che da inizio anno, in meno di tre mesi, ha già giustiziato oltre 650 persone, secondo i dati della ong Iran Human Rights Monitor, avviandosi a superare a passo lesto il record dello scorso anno, quando le esecuzioni capitali sono state oltre 2000, il numero più alto da dieci anni. In realtà, secondo i resoconti dall’Iran, Mohammadi e gli altri non sono le prime vittime della repressione. Decine di iraniani sono stati già giustiziati dopo le proteste, molti accusati di falsi reati per droga, un modo per infangarne anche il ricordo. Ma la decisione di uccidere per impiccagione i tre giovani, oltre a Saleh Mohammadi anche Saeed Davoudi, 21 anni, e Mehdi Ghasemi, più che ventenne, è un segnale chiaro che la teocrazia vuole dare al suo popolo e agli Usa che avevano premuto per la sua liberazione: chi scende in piazza, farà la stessa fine.
Per Masih Alinejad, iraniana esiliata negli Stati Uniti e voce più potente contro gli ayatollah, la dittatura ha voluto colpire uno sportivo perché “gli atleti sono un modello, degli eroi per milioni di persone”. Il regime prova a mostrare forza, ma rivela debolezza: “Nessun governo normale ha paura degli atleti, nessun governo normale ha paura delle donne che mostrano i capelli, nessun governo normale ha paura della sua gente”, spiega Alinejad, che il regime ha tentato di uccidere tre volte sul suolo americano per spegnerne la voce.
Nei giorni scorsi sono tornate in Iran anche gran parte delle calciatrici della nazionale femminile che si erano rifiutate di cantare l’inno della Repubblica islamica durante la Women’s Asian Cup 2026 e avevano ottenuto visti umanitari in Australia. Le minacce di morte alle famiglie le hanno costrette a rimpatriare e a dover dichiarare alla tv di stato di esserne felici, una pratica abituale in Iran per dare fiato alla propaganda.
La repressione non si ferma, alimentata dal blocco di Internet lungo 21 giorni.
Alle commemorazioni per la morte di Sepehr Shakeri, 25 anni, ucciso durante le proteste antiregime e le cui urla disperate del padre mentre cercava il suo cadavere fra migliaia di sacchi neri hanno fatto il giro del mondo, gli agenti iraniani hanno minacciato i manifestanti di stupri di gruppo.
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