Cocaina iniettata: siringhe abbandonate e un fenomeno in crescita – Bolzano
BOLZANO. Sniffata, fumata ma, soprattutto, iniettata. Le siringhe tornano negli “angoli bui” della città, non per l’eroina, ma per la cocaina. La grande disponibilità di droga in città è “certificata” dai sequestri ingenti di sostanze stupefacenti messi a segno dalle forze dell’ordine in queste settimane, ma anche dalle piazze di spaccio “mobili” che permettono agli assuntori di poterne acquistare in diversi punti della città: dal centro alle periferie, finanche sulla pista ciclabile.
Siringhe sotto ponte Loreto
Alcuni giorni fa avevamo notato un uomo sotto ponte Loreto. Aveva una siringa in un braccio e si iniettava qualcosa. Tornandoci qualche giorno dopo, tra i rifiuti di un giaciglio improvvisato, c’erano diverse siringhe usate e gettate. «Quasi certamente si stava iniettando della cocaina», dice la direttrice del Serd di Bolzano (servizio per le dipendenze), Bettina Meraner, e ribadisce «Sì, cocaina iniettata e non più eroina». A sniffarla sono i ricchi, perché se ne possono permettere una quantità maggiore. I poveri, invece, «come quelli che l’hanno usata, e purtroppo, la useranno ancora sotto ponte Loreto, se la iniettano o, al massimo, se la fumano». Questo perché, spiega la direttrice, «in entrambi i casi, fumata o iniettata, per far effetto ne basta una quantità minima. Gli effetti, però, sono devastanti».
Aumentano gli accessi al Serd
Appena qualche settimana fa avevamo parlato dell’aumento del numero di nuovi accessi settimanali al centro di via del Ronco; in media 12 persone in più a settimana. Una tendenza confermata. «Sotto ponte Loreto succede quello che succede da anni in altri posti, parlo della zona della stazione che è stata riqualificata ma il problema si è spostato in altri luoghi. Le siringhe servono, a differenza del passato, ad iniettarsi la cocaina e non l’eroina. Per quanto ne so – aggiunge -, gli accessi al pronto soccorso per malori dovuti all’assunzione di sostanze o a forti stati di agitazione, sono aumentati proprio per questo nuovo modo di drogarsi». L’effetto della cocaina assunta con l’iniezione, infatti, «è molto più veloce ma cala anche più velocemente lasciando un senso di vuoto che l’assuntore colma con altra cocaina».
Peggiore dell’eroina
La ricerca dello stupefacente, quindi, diventa spasmodica e continua in una sorta di “up e down” continuo che porta a perdere il sonno e all’assunzione di alcol e altre sostanze. Un ciclo velocissimo, molto più veloce di quello dettato dall’eroina il cui assuntore «è più facilmente intercettabile anche perché l’eroinomane ammette la sua tossicodipendenza contrariamente al cocainomane». Ma non solo. «La cocaina – spiega la direttrice del Serd – è una sostanza molto più acida dell’eroina: iniettata, può distruggere i vasi sanguigni, diventando un pericolo anche dal punto di vista cardiovascolare, oltre ad amplificare eventuali altre patologie esistenti». A questo va aggiunto che per l’eroina esistono farmaci per arginarne la dipendenza; nessuna medicina, invece, sembra alleviare la continua “fame” di cocaina.
Gli effetti
La diffusione della cocaina, quindi, non è soltanto testimoniata dai sequestri ingenti fatti dalle forze dell’ordine, ma anche dai casi di crisi comportamentali che richiedono l’accesso al pronto soccorso o ai reparti psichiatrici. «Accessi alle strutture sanitarie che non sono seguiti da un ricovero perché il tossicodipendente non accetta di essere curato. E nemmeno è possibile effettuare il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), perché lo strumento, secondo una vecchia normativa, non è applicabile in casi di tossicodipendenza, a meno che l’interessato non accetti volontariamente di disintossicarsi. Ci si sta interrogando, però, su quanto una persona in balia della cocaina sia in grado di intendere e di volere».
Il tossicodipendente “tipo”
Su come intervenire ci sono più dubbi che certezze. «Vengono da noi persone che hanno problemi giudiziari, sotto il consiglio dell’avvocato per chiedere misure alternative. Poi se ne vanno e non accettano di entrare in un programma di disintossicazione. È difficile pensare a un intervento con una persona a cui non riesci a parlare per più di dieci minuti». Il problema della droga è dilagante e intervenire in maniera efficace sembra impossibile, anche perché una vasta fetta di assuntori sono senza dimora, già marginalizzati dal punto di vista sociale. «La cocaina è spesso lo strumento adoperato da chi vive uno stato di depressione per una fuga momentanea da quello stato. Si va dal cittadino straniero al quale è stato negato il permesso di soggiorno perché ha perso il lavoro, all’italiano che vive per strada, sfrattato dalla sua abitazione perché, per “pagarsi” la dose, ha dato ospitalità allo spacciatore fino a quando il proprietario di casa non lo ha mandato via». Un caso, quest’ultimo, molto frequente in particolare nei quartieri popolari. Ma c’è anche «chi ha necessità di garantire alte prestazioni per un lungo periodo di tempo, finendo poi nel vortice della dipendenza». Sono i “colletti bianchi” che quando capiscono di aver bisogno di aiuto, non si rivolgono al Serd cittadino «ma a cliniche private fuori provincia».
Giovani separati dai “cronici”
Un quadro complesso e preoccupante su cui il Serd tenta di porre rimedio tentando di cambiare i propri ambienti, separando i giovani dai tossicodipendenti cronici. Da una parte i minori di 25 anni, dall’altra i dipendenti adulti. Un’organizzazione che è già operativa nella sede di via del Ronco ma è stato firmato in questi giorni, dall’azienda sanitaria, il contratto di affitto della nuova sede in piazza Adriano. «L’intenzione – dice Meraner – è quella di creare una divisione netta tra l’attuale Serd, destinandolo ai cronici, e un nuovo ambiente per i più giovani su cui già lavoriamo in maniera differente per evitare che si manifesti in loro la dipendenza grave». I risultati sono incoraggianti. «Ci sono ragazzi che appena diventano maggiorenni vengono a chiedere aiuto; non lo fanno prima perché dovrebbero essere accompagnati dai genitori che, in molti casi, ignorano il problema dei figli. Altre volte, invece, sono proprio i genitori ad accompagnarli al Serd e farli passare davanti ai tossicodipendenti cronici non è incoraggiante».




