Hoggar: No War :: Le Recensioni di OndaRock
È una lunga storia, quella dei Tinariwen. Un racconto di guerre e sopraffazione che non sembra aver mai fine, un potente atto di resistenza del martoriato popolo tuareg.
Sono i recenti scontri al confine settentrionale del Mali il fulcro di “Hoggar”, decimo album del gruppo ed ennesima denuncia di diritti umani violati e di terre straziate dalla violenza e dalla sopraffazione. L’ultimo disco dei Tinariwen è anche l’occasione per un passaggio di consegne tra generazioni, sono infatti molte le nuove leve coinvolte oltre ai tre membri storici: Ibrahim Ag Alhabib, Abdallah Ag Alhousseyni e Touhami Ag Alhassane.
“Hoggar” è stato registrato in Algeria, attuale residenza del gruppo nomade, a seguito del violento colpo di stato nel Mali che ha armato ulteriormente la mano assassina di seguaci di al-Qaeda, di mercenari russi e terroristi islamici. È un album che segna un ritorno alla natura più tribale degli esordi, contrassegnato inoltre dall’assenza di un produttore altisonante e dal ritorno dopo oltre vent’anni di uno dei membri fondatori, Diarra.
L’ipnotico e ondeggiante desert blues scandito da arpeggi di chitarre, ritmi sincopati e armonie vocali cantate con voce roca restano gli elementi caratterizzanti di una musica che nel frattempo è diventata tanto empatica e familiare quanto evocativa e viscerale.
I Tinariwen alzano la voce nei confronti dei loro fratelli richiamando all’unione le tante tribù tuareg nell’incalzante e rovente rock-blues di “Erghad Afewo”, mentre nella tormentata “Imidiwan Takyadam” un coro femminile si fa portavoce di una denuncia delle tante vessazioni che devono subire le donne islamiche, una delle pagine più suggestive del disco, resa ancor più poetica dalla presenza di José González. Le scarne sonorità di “Khay Erilan” sono in converso anche le più gioiose, ma non è l’unico momento di speranza presente in “Hoggar”: spetta infatti alla cantante sudanese Sulafa Elyas allontanare per un attimo le ombre, intonando un incantevole canto tradizionale, “Sagherat Assani”.
Che già dalle prime note di “Amidinim Ehaf Solan” i Tinariwen restino fedeli a una musica già ampliamente collaudata non intacca la bellezza di un disco che nasce in uno dei momenti più difficili dei popoli nomadi; è dopotutto impossibile non notare le stranianti dissonanze e gli strappi chitarristici dell’oscura “N’ak Tenere Lyat”, il groove funky di “Amidinin Wadar Nohar” e l’apocalittico tono desert-blues di “Tad Adounya”, piccole perle di un disco dalle molteplici valenze artistiche.
Da sempre in prima linea per la libertà del popolo tuareg, i Tinariwen sono passati dalla lotta armata al fianco del popolo libico alla guerra con chitarre e voci, affidando alla loro musica un potente messaggio di libertà e indipendenza, anche a rischio della propria vita. Il passare del tempo ha scalfito il corpo, ma non la mente, e anche se per i Tinariwen sta diventando sempre più complesso esibirsi in concerto, la loro musica continua a raccontare di verità e giustizia e “Hoggar” è un altro potente grido di dolore al quale non possiamo restare indifferenti.
19/03/2026




