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Rafael Anton Irisarri – Points Of Inaccessibility: Il suono più triste che la musica ambient abbia mai prodotto :: Le Recensioni di OndaRock

Sono passati due anni dall’ultimo lavoro di Rafael Anton Irisarri, “FAÇADISMS“, con cui il musicista aveva smontato in toto la falsa propaganda del cosiddetto sogno americano. Il suo atteso ritorno con “Points Of Inaccessibility” (2026) riporta Irisarri a suoni imperiosi e nostalgici, ancora una volta colonna sonora lucidissima di tempi sempre più oscuri.

Registrato in Olanda presso lo studio Un Cloud, situato all’interno dell’ex-Centro Pieter Baan, un carcere psichiatrico forense dove un tempo venivano rinchiusi gli autori di crimini violenti, “Points Of Inaccessibility” conferma Rafael Anton Irisarri come uno dei più grandi innovatori della musica ambient di ogni tempo.
Forse ispirato dal luogo desolato che ospita il suo studio di registrazione, dalla percezione delle mille storie che lo hanno attraversato e che sopravvivono come fantasmi in quei luoghi, Irisarri realizza il suo album dalle atmosfere più hauntologiche, riscoprendo suoni antichi depositati nella memoria, riprendendo in particolare le costruzioni sonore di “A Fragile Geography“, del quale da poco è uscita la ristampa nel decennale.

La memoria perdura in una chitarra distorta

Irisarri imbraccia la chitarra suonandola con un archetto e ne distorce il suono creando battiti monumentali (“Faded Ghosts Of Clouds”) che giungono dopo una lenta costruzione di loop che emergono e scompaiono, divenendo sempre più massicci col consueto stile che accumula tensione sino al climax finale. Come nei suoi migliori brani, qui il pathos sale a vertici davvero altissimi. Questi echi di spettri rendono percepibile l’idea di un suono che risorge dal nulla, come se fosse stato assorbito dall’ambiente circostante per poi riemergere come la figura di un fantasma. Come ci dice Irisarri: “La memoria perdura come residuo e interferenza, plasmando continuamente la percezione anche quando la sua fonte è svanita”.

Basinski rovesciato

I poli dell’inaccessibilità rasentano per Irisarri la distanza ormai incolmabile tra gli esseri umani, tenuti separati da un mondo ormai interamente virtuale, in cui l’informatica ha allestito barriere più invalicabili di quelle create dalla geografia nell’era pre-digitale. “Breaking The Unison” segna questa sensazione di rabbia mista a impotenza, fungendo da fulcro melodico dell’intero album, mentre “Signals From A Distant Afterglow” è un’apoteosi di loop e voce (il canto tragico di Karen Vogt): un brano che appare come basinskiano ma è in effetti il suo opposto, in quanto non lineare. Il loop non si degrada sino a scomparire, non è una creatura che nasce e muore: è un cerchio che si ripete all’infinito trasmettendo tensione e fragilità.

Questa circolarità, caratteristica che evidenzia anche la chiusura e il concetto di fallimento di ogni comunicazione, emerge chiaramente nei tredici minuti di “Memory Strands”, chiusi, stratificati ma debordanti del tipico timbro di Irisarri, che è forse il suono più triste che la musica ambient abbia mai prodotto.

19/03/2026




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