Lazio

Il trucco c’è, la legge no: la protesta del settore

Il mondo del make-up professionale esce allo scoperto e chiede di essere riconosciuto per ciò che è: una professione autonoma, con competenze specifiche e un ruolo centrale nell’industria creativa.

Al centro del dibattito c’è il DDL 1619, attualmente all’esame del Parlamento, che secondo gli operatori del settore rischia di appiattire una realtà complessa, soprattutto in una città come Roma, crocevia di cinema, moda e spettacolo.

A sollevare la questione è l’ANTEP (Associazione Nazionale Truccatori Estetica Professionale e Spettacolo), che lancia un allarme preciso: il testo di legge, pur nato con l’intento di colmare un vuoto normativo storico, finirebbe per assimilare la figura del truccatore professionista a quella dell’estetista. Una sovrapposizione che, secondo l’associazione, non riflette né le competenze né i contesti operativi delle due professioni.

La distinzione, spiegano gli addetti ai lavori, non è una questione di gerarchie ma di ambiti. Da una parte c’è l’estetista, figura regolamentata e centrale nei servizi alla persona; dall’altra il make-up artist, che lavora nei settori dell’immagine, della comunicazione e dello spettacolo, tra set cinematografici, backstage di moda ed eventi. Due mondi che si incrociano, ma che restano profondamente diversi per formazione e finalità.

Il nodo si fa ancora più delicato quando si parla di formazione. A Roma, da sempre laboratorio creativo e punto di riferimento internazionale, molti professionisti si formano in accademie private altamente specializzate.

Strutture che, secondo l’ANTEP, rischiano di restare escluse dal perimetro normativo delineato dal DDL, che privilegia invece percorsi regionali accreditati. Una scelta che potrebbe creare uno scollamento tra legge e realtà del mercato.

Per questo l’associazione propone una revisione del testo su alcuni punti chiave: il riconoscimento formale dell’autonomia della professione, l’introduzione di un codice ATECO dedicato, la definizione di standard nazionali chiari e l’inclusione delle accademie private nel sistema formativo riconosciuto.

La richiesta, in fondo, è semplice quanto cruciale: dare un nome e una cornice giuridica a un mestiere che esiste da decenni e che contribuisce in modo significativo all’economia creativa del Paese.

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