Ma così hanno eliminato chi poteva trattare
Un regalo a Donald Trump o uno sgambetto che lo lega mani e piedi ad Israele? L’eliminazione del 67enne Presidente del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale Ali Larijani è una medaglia a doppia faccia. Può favorire una rivolta popolare accelerando quello sgretolamento del regime di cui la Casa Bianca ha bisogno per chiudere la guerra. In assenza di una rivolta rischia però di tenere in gioco Donald Trump. E costringerlo a inseguire quella decapitazione del regime che Benjamin Netanyahu considera la soluzione migliore per Israele. Con Larijani, infatti, non se ne va solo uno degli esponenti più autorevoli della Repubblica Islamica, ma anche uno dei pochi capaci di negoziarne l’eventuale resa. Ed anche uno dei pochi in grado d’imporla a tutte le componenti del regime. Dai pasdaran agli ayatollah, dai moderati a quei conservatori- pragmatici di cui è stato portabandiera. La sua eliminazione, come succede nei regimi al crepuscolo, rischia invece di far emergere personaggi ancor più radicali.
Per capire il peso di Larijani è importante ricordare il suo pedigree di esponente di razza della Repubblica Islamica. Nato da una famiglia dell’élite religiosa Larijani si laurea in filosofia nella città santa di Qom. Ma si conquista anche i gradi di Comandante dei pasdaran combattendo in prima linea nella guerra all’Iraq. Svestita la divisa inizia un’autentica scalata alle più importanti cariche istituzionali.
Nel 1997 Ali Khamenei lo nomina suo rappresentante nel Consiglio del Discernimento, l’organismo costituzionale incaricato di dirimere le controverse istituzionali. Sconfitto da Mahmoud Ahmadinejad nella corsa alla presidenza del 2005 Larijani si consola con la poltrona di presidente del Parlamento occupata per oltre 12 anni. Lo scorso giugno, terminata la «guerra dei 12 giorni» la Suprema Guida lo vuole nuovamente alla testa di quel Consiglio di Sicurezza Nazionale che Alì Larijiani ha già guidato tra il 2005 e il 2008 conducendo le trattative sul nucleare. Così quando ai primi di gennaio le piazze iraniane si riempiono di oppositori è lui a ordinare la spietata repressione costata la vita a migliaia di dimostranti. Ma il Larijani dal pugno di ferro è anche quello a cui Khamenei – consapevole di essere nel mirino – affida la guida del triumvirato chiamato a governare il paese dopo la sua morte. Forte di questa investitura Larijani umilia e marginalizza un presidente, Masoud Pezeshkian, considerato troppo debole e troppo moderato.
Ma all’indomani della morte di Khamenei è anche l’unico a battersi contro la nomina a Guida Suprema del figlio Mojtaba imposta dai pasdaran.
Una successione per via ereditaria che come Larijani sa bene, Ali Khamenei ha espressamente escluso perché contraria alla Costituzione della Repubblica Islamica. Così eliminato Larijani, ultimo leader laico e politico del Paese, i generali dei pasdaran restano i veri padroni della scena. E gli ultimi irriducibili arbitri della guerra ad Israele e Stati Uniti.
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