Cultura

Lamb Of God – Into Oblivion

Fedeli come sempre al proprio stile, i Lamb Of God tornano in pista con un album non troppo distante dai lavori che lo hanno preceduto. “Into Oblivion”, in fin dei conti, rappresenterà una sorpresa solo se non avete mai avuto contatti in passato con il groove metal tipico della band statunitense. Nonostante la scarsa predisposizione a sperimentare da parte di Randy Blythe e compagni, il disco impressiona positivamente per la forza d’impatto di brani coesi e massicci, ben strutturati e interpretati ancor meglio.

Credit: Press

Sempre la stessa solfa? In un certo senso sì, ma non è un aspetto necessariamente negativo. I Lamb Of God fanno ciò che sanno fare meglio e lo fanno con passione, alla costante ricerca del riff e del breakdown capaci di innescare l’headbanging forsennato o, in sede live, il pogo più violento. La voce tonante di Blythe appesantisce ulteriormente un contesto fatto di ritmi schiacciasassi e chitarre affilatissime, specialmente nel palm mute.

Dove non arriva la rabbia umana, interviene la tecnologia a colmare le lacune: il groove metal dei Lamb Of God, almeno in studio, conserva una punta di artificialità, con chiari “potenziamenti” in fase di post-produzione. Non è un difetto in sé, ma un pizzico di genuinità in più non guasterebbe.

Nel complesso “Into Oblivion”, pur senza brillare per ispirazione e costanza, è tutto fuorché deludente. Tra l’altro, include brani atipici per gli standard del quintetto di Richmond. Un paio di esempi: l’epica “El Vacío”, una sorta di semi-ballad che alterna passaggi di quiete e furia, con un Randy Blythe sugli scudi a mostrare il suo talento melodico; la ferocissima “Sepsis”, uno spoken word contraddistinto da atmosfere industrial e un basso ruvido come carta vetrata, che richiama tanto i Megadeth di “Dawn Patrol” quanto i Pantera di “Good Friends And A Bottle Of Pills” e “A New Level”.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »