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guerra e inflazione frenano le decisioni

NEW YORK – Un vertice all’ombra della guerra. La Federal Reserve decide oggi sui tassi d’interesse, ma l’annuncio appare scontato, a mercati e analisti: il costo del denaro americano resterà invariato, fermo nella fascia tra il 3,50% 3,75, congelato dall’impatto del conflitto scatenato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran e che ha fatto precipitare una crisi energetica, capace allo stesso tempo di spingere l’inflazione e danneggiare la crescita.

 La Fed appare avviata a maggioranza ad adottare una posizione più che mai cauta, che evidenzi il moltiplicarsi delle incertezze. E che cerchi ugualmente, pur senza mosse immediate, di rassicurare operatori finanziari ed economici dai nervi scossi. Il tutto in attesa di avere maggior visibilità da una parte sulla fragilità di lavoro e Pil (reduci rispettivamente da una perdita di 92.000 impieghi a gennaio e da un deludente passo dello 0,7% nell’ultimo trimestre), dall’altra su fiammate del carovita già accese dai dazi e adesso alimentate da un petrolio svettato a cento e più dollari al barile.

 Questo non significa che manchino tensioni interne alla Fed sul da farsi. Sono considerati possibili tre dissensi tra gli esponenti del vertice Fomc, a favore di tagli senza indugi dei tassi di 25 punti base. Guidare una Fed divisa in tempi di guerra diventa così l’ultima, difficile, missione di Jerome Powell, prima della scadenza del suo mandato a maggio e del passaggio delle redini, se confermato dal Senato, al chairman prescelto da Donald Trump, Kevin Warsh.

 L’esito del cambio della guardia è però a sua volta men che scontato. Le pressioni del presidente per aggressivi tagli dei tassi si intensificano: di recente ha invocato interventi «subito» a sostegno di un’economia di guerra, vale a dire rare azioni d’emergenza tra meeting («Non c’è momento migliore per tagliare i tassi, lo capirebbe anche un ragazzino»). Ma Trump si scontra in realtà non tanto con la volontà della Banca centrale quanto con le sue stesse scelte politiche, che anzichè promessi boom minacciano temuta stagflazione.

I mercati in questo clima sono in preda ai dubbi, allontanando oggi nuovi stimoli economici e pronti a cambiare velocemente le scommesse. Le piazze future escludono al momento quasi al 100% tagli oggi come ad aprile e al 76% a giugno. Per trovare più possibilità di riduzioni che non di tassi fermi bisogna arrivare a dicembre. Il dibattito è aperto anche tra i guru di Wall Street. Citi vede una Fed che rimane «colomba» e che da giugno a fine anno taglierà di 75 punti base. Goldman Sachs cita accresciuti rischi in ogni direzione, di inflazione e debolezza dell’espansione, e a sua volta anticipa tre tagli verso fine anno. E considera Warsh tendenzialmente prono a mostrarsi accomodante in politica monetaria, senza però rappresentare un «significativo cambiamento» rispetto a Powell.


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