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il leader iraniano tra repressione e diplomazia

Dopo la morte della Guida Suprema Alì Khamenei, ucciso da un raid di Stati Uniti e Israele, il potente segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani era considerato il leader di fatto del regime iraniano. Era stato lui a inizio marzo, dopo l’uccisione di Khamenei, a giurare vendetta agli Stati Uniti e a promettere che mai l’Iran si sarebbe arreso alle forze straniere o avrebbe fermato gli attacchi. Figura molto vicina alla defunta Guida Suprema, Larijani era il punto di riferimento del regime per quanto riguarda la sicurezza nazionale e la politica estera. Lo scorso gennaio, quando sono scoppiate le proteste di piazza antigovernative, Khamenei si rivolse a Larijani per fermare il movimento popolare contro il regime e Larijani rispose con una delle più feroci repressioni della storia recente iraniana (si stimano decine di migliaia di morti).

Prima di mostrare il suo volto spietato, Larijani, ucciso oggi dall’esercito israeliano, è stato il leader calmo e pragmatico dell’establishment iraniano che trattava con l’Occidente gli accordi sul nucleare e scriveva libri sul filiosofo tedesco Immanuel Kant. Non era tra i nomi per la possibile successione a Khamenei perché gli mancava il necessario requisito, quello di essere un membro senior del clero sciita.

Nato nel 1958 a Najaf, in Iraq, Larijani proveniva da una ricca famiglia tanto influente da essere soprannominata dalla rivista americana Time «i Kennedy dell’Iran». Padre eminente religioso, i fratelli Larijani furono tutti e presto inseriti nei gangli vitali del regime, dalla magistratura all’Assemblea degli Esperti. Al contrario di altri suoi pari, in possesso di una formazione meramente religiosa, Larijani aveva una robusta formazione laica: una laurea in informatica e matematica all’Università di Tecnologia Sharif e un dottorato in filosofia occidentale all’Università di Teheran.

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Negli anni ’90, dopo essere entrato a far parte delle Guardie della Rivoluzione, Larijani è stato ministro della Cultura sotto la presidenza di Rafsanjani e poi capo della televisione di Stato per dieci anni fino al 2004, periodo in cui si distinse per scelte molto conservatrivci. Dal 2008, per tre mandati consecutivi, è stato speaker del Parlamento, diventando lo stratega della politica interna e estera di Teheran. Nel 2021 gli è stato affidato il compito di negoziare un accordo strategico di 25 anni con la Cina, del valore di miliardi di dollari, che rappresentava un’ancora di salvezza fondamentale per l’economia iraniana, duramente colpita dalle sanzioni economiche occidentali. Nel 2015 era stato uno dei registi dell’accordo sul nucleare con gli Stati Uniti.

Più recentemente, dopo aver represso il dissenso interno, Larijani è stato figura di collegamento tra l’Iran e l’alleato russo, nonché il punto di contatto con altri attori regionali come Qatar e Oman. E’ stato sempre Larijani a predisporre i piani di resistenza contro un eventuale attacco americano. Non viveva nell’ombra, spesso è stato il volto del governo in interviste televisive anche con media stranieri ed era costante la sua presenza sui social media. La sua autorità era indiscussa, tanto che lo stesso presidente Pezeshkian si è dovuto piegare al volere di Larijani quando era stato deciso il blocco di Internet.


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