«Quando una maglietta è metà cotone e metà poliestere, lasciala». Berveglieri, imprenditore che denuncia le etichette

La maglietta costa cinque euro. La si prende dallo scaffale senza pensarci troppo, magari insieme ad altri due o tre capi. È un gesto veloce, istintivo. È da qui che parte la riflessione che oggi attraversa il mondo della moda e che nelle ultime settimane è tornata al centro del dibattito dopo le parole di Miuccia Prada: «La moda per essere davvero ecologica dovrebbe smettere di produrre».
Una frase che ha fatto discutere perché mette in discussione l’intero sistema. Ma che trova una traduzione possibile nel lavoro di Mattia Berveglieri, giovane imprenditore modenese che sui social entra nei negozi delle grandi catene, prende in mano i capi e legge ad alta voce le etichette. Un’operazione semplice, quasi banale, che però racconta molto più di quanto sembri.
L’idea nasce lontano dai negozi, durante un trasloco. «Mi sono ritrovato a buttare metri e metri di tessuti, accessori e materiali di produzione», racconta al Corriere della Sera. «Guardando quel cassone pieno mi sono chiesto quanta roba stessi immettendo nell’ambiente senza rendermene conto». A quella scena se ne aggiunge un’altra, ancora più quotidiana: l’armadio di casa. «L’ho svuotato e ho trovato sette scatoloni di vestiti, alcuni ancora con il cartellino».
È qui che il racconto si allarga. Non riguarda più solo l’industria, ma il comportamento di chi compra. Perché, come emerge anche dall’intervista pubblicata dal Corriere della Sera, il punto non è soltanto cosa si produce, ma quanto si compra e quanto poco si utilizza.
Dentro i negozi, il lavoro di Berveglieri parte sempre dallo stesso gesto: leggere l’etichetta. Una pratica che, spiega, la maggior parte dei consumatori ignora. «Molte persone mi scrivono dicendo che da quando seguono i miei contenuti hanno iniziato a controllarle. Prima non ci pensavano proprio». Eppure è proprio lì che si trovano le informazioni essenziali: composizione dei tessuti, percentuali di fibre naturali e sintetiche, qualità complessiva del capo.
Il confine non è sempre netto. Una piccola percentuale di materiali sintetici può essere utile, per esempio per dare elasticità o resistenza. Ma quando una t-shirt è composta metà da cotone e metà da poliestere, spiega, «si può tranquillamente lasciarla sullo scaffale». Il problema è che queste valutazioni raramente entrano nelle scelte d’acquisto, spesso guidate dal prezzo o dalla moda del momento.
Il prezzo, appunto. È qui che il discorso si fa più scomodo. Dietro un capo da pochi euro non ci sono solo materiali economici, ma spesso anche condizioni di lavoro difficili. «Dietro una maglietta da cinque euro ci sono ritmi massacranti e salari molto bassi in Paesi come Bangladesh o Turchia», osserva. Un aspetto che resta poco visibile e poco raccontato rispetto al tema, più noto, dell’impatto ambientale.
E poi c’è il tema della sostenibilità dichiarata. Negli ultimi anni le collezioni “green” sono aumentate, ma secondo Berveglieri il rischio di operazioni più di immagine che sostanziali è concreto. «Il greenwashing è molto diffuso. Quando leggiamo “poliestere riciclato” bisogna ricordare che si tratta comunque di poliestere». Anche il riciclo, infatti, ha un impatto ambientale e non sempre rappresenta una soluzione risolutiva.
Il risultato è un sistema complesso in cui produzione, comunicazione e consumo si intrecciano. E in cui, come suggeriscono anche le parole di Prada, la questione non può essere risolta solo migliorando i materiali o introducendo nuove etichette. Il nodo resta la quantità.
Per questo il messaggio che arriva dall’intervista è diretto e difficilmente aggirabile: comprare meno, scegliere meglio, usare più a lungo quello che si ha. Non è una rivoluzione tecnologica né una soluzione immediata. È un cambiamento di abitudini. E forse proprio per questo è il più difficile da realizzare.
The post «Quando una maglietta è metà cotone e metà poliestere, lasciala». Berveglieri, imprenditore che denuncia le etichette appeared first on Umbria 24.
Source link


