Cultura

The Sophs – Goldstar | Indie For Bunnies

L’atteggiamento sfrontato nel presentarsi al capo della Rough Trade Records, Geoff Travis, allegando in una mail alcune demo registrate a Los Angeles, è un biglietto da visita significativo che traccia da subito la verve della band californiana. I Sophs non lasciano non detti, interpretazioni sui ma-però, sono diretti ed eclettici come la loro musica.

Credit: Press

Testi taglienti, introspettivi, realistici connessi ad una costruzione musicale che vanta da un lato una profonda conoscenza per il passato, dall’altro col suo indefinito stile apre ai più disparati generi e contaminazioni. D’altronde, lo confermano anche loro nelle interviste di promozione dell’album “GOLDSTAR”, qui la nostra anticipazione, perché ogni volta che cambiano genere all’interno dell’album è un disperato tentativo di lasciare che il mondo li comprenda nella loro complessità.

Il valzer dell’opening track, “THE DOGS DIES IN THE END”, accordato da Seth Smades – chitarra acustica della band – ci apre le porte di un’ipotetica balera per poi buttarci fuori di forza in un progressivo sali e scendi di distorsioni e volumi, in cui la schiettezza lirica lascia pochi spiragli all’empatia. Così come la title track “GOLDSTAR” che gioca tra flamenco e cori, col giro di basso di Cole Bobbitt così avvolgente come una vuelta di danza latinoamericana, che veste i mariachi di Robert Rodriguez in rockers assetati di volume e saturazione dei suoni. Si percepiscono gli studi accademici vicini all’operetta di Sam Yuh, fisarmonica e tastiere, spina dorsale della band insieme al cantante Ethan Ramos, e l’interesse per il vaudeville e la chanson che omaggia musica e teatro.

La chiusura di “BLITZED AGAIN”, sebbene questa traccia suoni molto più pop-rock, richiama la condivisione, l’interazione e la collaborazione tra pubblico e personaggi di scena, rompendo quella quarta parete che ha origine nel teatro romano di Plauto e arriva fino a Bertolt Brecht, riferimento anch’egli che ruota nell’universo d’ispirazione della band, in cui si spazia dagli Steely Dan a Tom Waits.

Segue “SWEAT”, ballata elettro-pop in stile Strokes, che lascia spazio all’epitassi emotiva e vocale finale, tamponata e ricucita all’istante, in cui l’espressione “sweat yourself cause God knows I won’t do it for you” riassume l’idea di doversi guadagnare le cose da soli soprattutto se non c’è riconoscenza per aver aiutato qualcun altro. Lo stile cambia ancora in “HOUSE”, ritratto delle esperienze condivise tra Ethan, Sam e Austin Parker Jones, chitarrista elettrico della band, sotto lo stesso tetto in Boyle Heights, Los Angeles.

Uno scacciapensieri accompagna la melodia country-dancey di “SWEETPIE”, testimoniando quanto i Sophs non vogliano farsi etichettare in un solo genere, bensì intrattenere e lasciare nell’ascoltatore più domande che risposte. Seguono “DEATH IN THE FAMILY”, paranoie, vergogna, paura e gestione delle emozioni come tematiche del testo.

Con “A SYMPATHETIC PERSON” ci avviciniamo a Leonard Cohen e Tom Waits nell’interpretazione di un dark-blues autobiografico in cui l’immagine e metafora di un serpente sotto al mento può proteggerti o soffocarti e col quale devi saper convivere, “there is a snake under my chin / sometimes he is my friend”.

“They Told Me Jump, I said How High” si apre come “La Grange” degli ZZ Top e muove i passi tra la psichedelia sixties tipica dei Doors, il Rhythm and blues di Booker T. & The MG’s e lo spoken word liturgico del Gospel, in cui Ethan Ramos interpreta egregiamente il ruolo del reverendo, con reali colpi di tosse inseriti nella tape per rendere il tutto ancora più vero e cinematografico, visto il tappeto sonoro, e pensare a James Brown nei Blues Brothers non è peccato, ego te absolto.

“I’M YOUR FRIEND” chiude tenacemente un album brutalmente esplicito, poco etichettabile in un unico genere ed in cui quelli che la stessa Rough Trade Records definisce “intrusive thoughts” permeano testi esplosivi, ossessivi, sagaci e poco conformi a tratti col pensiero comune.

In quella Los Angeles che gli stessi Sophs definiscono un’industria musicale in cui si guarda all’artista come un’azienda anziché come un’entità artistica, il sestetto californiano ha gettato il seme e sarà curioso capire se continueranno su una strada indefinibile e sempre aperta a deviazioni oppure chiudersi nelle definizioni di genere che forse, a mio avviso, non hanno motivo di esistere con una band come questa. Ethan Ramos, a proposito di influenze e generi, ha tenuto a sottolineare che lui vuole copiare, plagiare e prendere in prestito (“I want to steal and plagiarize and borrow”) beh, l’onestà gli va riconosciuta.


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