Questa parrocchia è una famiglia che non conosce limiti
Nel quartiere di Ponte Mammolo, l’attesa era nell’aria già dalle prime ore del pomeriggio, di oggi domenica 15 marzo 2026. Tra i vialetti dell’oratorio, tra le sedie sistemate alla meglio e i bambini che corrono con fogli e colori tra le mani, c’è un fermento speciale: sta per arrivare Papa Leone.
Non è una visita qualunque. È l’ultima tappa di un percorso tra le periferie romane, e qui – nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù – il Pontefice trova una comunità che da anni fa dell’accoglienza una pratica quotidiana.
Tra le persone in attesa c’è Eleonora Scolastico, 89 anni, catechista storica del quartiere. È lei la memoria vivente della parrocchia.
Racconta con orgoglio che i bambini del catechismo hanno preparato un regalo per il Papa: un piccolo libro pieno di pensieri, disegni e messaggi scritti con calligrafie ancora incerte ma cariche di affetto.
«È il nostro modo per dirgli grazie», spiega sorridendo.
Il messaggio del Papa: «Non chiudete le porte»
Nel cortile dell’oratorio il Papa incontra la comunità, saluta volontari e famiglie e ringrazia tutti per l’impegno silenzioso che da anni anima il quartiere.
Prima che il cielo si faccia grigio e arrivi la pioggia, il Pontefice affida alla parrocchia un messaggio chiaro: continuare a essere un luogo di speranza.
Durante un momento riservato con anziani e persone fragili, Leone torna su uno dei temi più centrali del suo pontificato: l’accoglienza degli stranieri.
Ricordando l’impegno delle tante parrocchie romane che aiutano migranti e persone in difficoltà, il Papa mette in guardia da chi preferisce chiudere le porte.
«Il Vangelo ci indica una strada diversa», ricorda. «Quella di Gesù che dice: ero straniero e mi avete accolto.»
Parole che, in una periferia dove convivono culture e storie diverse, trovano un significato ancora più concreto.

Qui la carità è fatta di gesti quotidiani
Il Sacro Cuore non è soltanto una chiesa. Per molti è un punto di riferimento.
Lo sa bene Gaspare, ex cuoco che oggi vive nei pressi della fermata della Metro B di Roma a Ponte Mammolo. Qui trova qualcosa che altrove manca: una doccia calda e qualcuno disposto ad ascoltare.
Il servizio è nato nel 2000 grazie alla collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio. A idearlo fu Stanislao, un senzatetto polacco che aveva intuito quanto la dignità potesse partire da un gesto semplice.
«Se sei sporco, come puoi sperare in qualcosa di buono?», diceva.
Da allora quella piccola iniziativa è diventata una tradizione di solidarietà che continua ancora oggi.

Il ritorno del cardinale nei luoghi della giovinezza
La visita ha anche il sapore dei ricordi per il cardinale Baldo Reina, vicario per la diocesi di Roma.
Qui, tra il 1994 e il 1998, aveva svolto il suo primo servizio pastorale da seminarista.
«Ricordo il clima di festa del quartiere e le partite a calcetto con i ragazzi», racconta osservando la piazza piena di volti.
Una folla che racconta il volto della città
Attorno alla chiesa si raccoglie una comunità che parla molte lingue. Ci sono suore messicane, famiglie peruviane con le loro bandiere e, appesa a un balcone, una bandiera ucraina.
Segni diversi di un’unica richiesta: pace.
Quando la visita si conclude, le prime gocce di pioggia iniziano a cadere sui fiori di carta gialli e bianchi preparati per accogliere il Papa. Ma l’atmosfera resta quella di una festa di quartiere.
Prima di salutare la comunità, Papa Leone lascia un invito semplice ma potente: continuare a essere una casa aperta per tutti.
Perché, tra le strade di Ponte Mammolo, la fede – come ricorda il Pontefice – si misura soprattutto nella capacità di non lasciare indietro nessuno.
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