«Mio figlio non era un satanista. A Monte Giove voleva salvarsi». Parla Irina, mamma dell’ucraino morto nel pozzo dell’eremo

FANO «Mio figlio non era un satanista, era un figlio di Dio, pregava mattina e sera, ma aveva dei problemi, sentiva le voci dei demoni e dai monaci di Monte Giove era andato per salvarsi». Non riesce a trattenere la commozione Irina Khomiak mentre parla del figlio Vasyl, 34 anni, in Italia da 10, l’ucraino trovato morto giovedì scorso in fondo al pozzo del monastero di Monte Giove.
Le parole tra le lacrime
Le scoppia il petto dal dolore nella sua abitazione all’ultimo piano di un palazzo nella centralissima via Branca di Pesaro, singhiozza ma vuole raccontare «perché si sappia la verità, perché Vasyl venga ricordato per quello che era, a volte beveva ma era un ragazzo buono, come possono dire tutti quelli che l’hanno conosciuto».
Mostra la sua camera, ordinata e pulita: il computer accanto al letto, un angolo di preghiera con il crocifisso e le candele accese, una piccola zona votiva con un’icona sacra, circondata dalle fiammelle, e diverse foto di Vasyl. «Noi siamo cristiani ortodossi – precisa Irina -, Vasyl frequentava la chiesa di Fano e aiutava padre Viktor. Qui non c’è niente di cattivo, nel monastero cercava lo Spirito Santo».
Vasyl aveva seguito corsi per aiuto cuoco e aveva lavorato con l’azienda Papalini nelle pulizie degli ospedali. La signora riferisce che era stato ricoverato un paio di volte nella struttura psichiatrica di Muraglia, aveva perso degli amici nella guerra in Ucraina ed era ossessionato dai fantasmi della sua mente. Stava male e a Monte Giove voleva trovare la pace. Si era presentato l’altro venerdì ma i monaci non l’avevano accolto per il suo stato psichico. L’aveva accompagnato un amico. La notte seguente, l’ultima che ha passato a casa, non era riuscito a dormire.
Le voci nella testa
«Sembrava tranquillo, però mi diceva – racconta Irina con le lacrime agli occhi -: “Mamma, le senti queste voci?”. No Vasyl, gli ho risposto, non le sento. Lui diceva che erano le voci dei demoni». Perciò è andato a farsi visitare al pronto soccorso di Pesaro, dove ha detto di soffrire di insonnia da 5 giorni e di assumere una terapia di psicofarmaci. Gli hanno somministrato 10 gocce di Valium e alle 9 di sabato scorso l’hanno dimesso. «Se l’avessero trattenuto – dice la madre piangendo – ora sarebbe vivo». Irina conferma che quel giorno è tornato all’eremo dei camaldolesi. «Gli ho preparato calzini e mutande per stare con i monaci, ma non aveva con sé nessuna sacca di sangue, Vasyl non frequentava nessuno che facesse riti strani». Ha preso il taxi per arrivare a Monte Giove. «Alle 13 e 30 mi ha telefonato, era a Fano e stava andando al monastero. Dopo non l’ho più sentito, ho sempre trovato il suo telefono muto ma mi aveva detto che lì il segnale non prendeva. Perciò non mi sono preoccupata».
La profanazione e la tragedia si sono consumate quel giorno: l’altare maggiore con le reliquie di San Valerio devastato e il sangue sul pavimento sono stati scoperti all’eremo alle 15,30 dello stesso sabato; il volo per 30 metri nel pozzo, forse per un incidente perché il vuoto si apre a raso dentro un fabbricato dove Vasyl potrebbe essere entrato per nascondersi, è stato scoperto solo due giorni fa. L’allarme della madre è scattato quando martedì scorso un amico ha telefonato all’eremo e gli hanno detto che Vasyl non era lì. «Ma lui non ha vandalizzato la chiesa – si dispera Irina –: ha preso le reliquie del santo perché voleva guarire». Stringe la mano a pugno per ripetere il gesto. E aggiunge, come per trovare una consolazione: «Mi aveva detto che sentiva la morte vicina, Dio quelli buoni li prende presto» .
Il calore dei condomini
Nell’alloggio arriva un vicino, Alessandro, per portare conforto e stringere tra le braccia la donna, che è vedova e ha altri 3 figli ma non con lei (una vive in provincia, uno in Polonia, il minore in Ucraina). «Era un caro ragazzo – dice il vicino -, era fortissimo, aiutava tutti qui. Penso che abbia subito qualche trauma quando faceva il militare». Si adattava a fare tutti i lavoretti, era generoso e altruista. Lo confermano Giorgio e Gessica, che al piano terra gestiscono un negozio di dischi. «Quando qualcuno muore si dice che era una brava persona- commentano-, ma in questo caso è proprio vero. Vasyl era un tuttofare, ci ha aiutato a fare un sacco di cose. Era sempre disponibile e con il sorriso».




