Von der Leyen: la guerra già costata 3 miliardi, ma no al ricatto russo
Mentre i cieli sopra Teheran e lo Stretto di Hormuz si illuminano con le esplosioni, Trump annuncia che la guerra in Iran finirà presto e si iniziano a testare strade alternative, per l’Europa è arrivato il conto. Il Vecchio Continente ha infatti già iniziato a pagare il prezzo della sua dipendenza: “Tradotto in euro, dieci giorni di guerra sono già costati ai contribuenti europei 3 miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili”. Questo il drammatico calcolo presentato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen (in foto), alla plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo che si è tenuta ieri.
Guardando ai numeri, in Europa, dall’inizio del conflitto i prezzi del gas sono aumentati del 50% e quelli del petrolio del 27%. In un simile scenario, la promessa di energia vicina e a basso costo è molto attraente e la Russia offre proprio questo. Eppure, tornare ad affidarsi a Mosca sarebbe un errore strategico. Von der Leyen ha sottolineato che una simile scelta “Ci renderebbe più dipendenti, più vulnerabili e più deboli”. L’Europa non è infatti sprovvista di energia: “Disponiamo di fonti energetiche domestiche, le rinnovabili e il nucleare. I loro prezzi sono rimasti invariati negli ultimi dieci giorni”. Le strategie energetiche di lungo periodo hanno la capacità di renderci indipendenti, anche se non da subito. Questo significa che la direzione, anche se l’obiettivo non è ancora stato raggiunto, è quella giusta. Per la presidente, continuare a lavorare sulle fonti sostenibili permetterà al Vecchio Continente di toccare veramente l’indipendenza energetica, senza dover più temere choc.
Tuttavia, se la strategia di lungo periodo traccia la rotta, la cronaca finanziaria racconta di una tempesta che non accenna a placarsi. Alla chiusura delle contrattazioni ieri le Borse europee hanno chiuso in rosso, rallentate anche dalla nuova minaccia di prezzi per il petrolio che potrebbero essere spinti sopra i 200 dollari a barile. Il Ftse Mib di Milano ha perso lo 0,98%, maglia nera per il Dax di Francoforte che ha segnato cali superiori all’1,5%, mentre Londra ha chiuso in negativo dello 0,59%. Diversa la situazione fuori dall’Europa dove il Nikkei ha chiuso la giornata di ieri in positivo, guadagnando l’1,4% e anche il Nasdaq che si è tenuto tutto il giorno vicino alla pari.
Il nervosismo che stiamo vedendo questi giorni sui mercati, non è legato però solo al costo vivo del greggio, ma all’incertezza sulle catene di approvvigionamento globali.
Guardando ai singoli titoli, le aziende energy-intensive (acciaierie, chimica e manifattura pesante) sono le più colpite sui listini, scontando già nei prezzi di borsa il calo della produzione previsto per il prossimo trimestre.
Da qualunque prospettiva è però chiaro: l’Europa è stretta in una morsa. Da un lato, la necessità di restare fedele ai propri valori geopolitici rifiutando il ricatto/promessa della Russia; dall’altro, la realtà di un mercato finanziario che, ad ogni esplosione nello Stretto di Hormuz, vede svanire i margini di profitto e la stabilità monetaria del continente. In altre parole, il conflitto mediorientale riporta al centro una questione che Bruxelles considera ormai strutturale: la sicurezza energetica.
Per anni il costo dell’energia è stato trattato come una variabile di mercato; oggi appare sempre più come una variabile strategica. Se la crisi dovesse prolungarsi, l’Europa sarà costretta ad accelerare scelte già avviate, dalle rinnovabili al nucleare.
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