Umbria

condannato un 44enne di Valfabbrica


Un’organizzazione strutturata, in cui ognuno dei partecipanti ricopriva un ruolo con competenze precise, al fine di depredato il patrimonio paleontologico e archeologico tra Marche e Umbria.

Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Ancona ha emesso cinque sentenze di condanna nei confronti di altrettanti imputati nell’ambito dell’operazione “Ammoniti”, l’indagine condotta dai carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Ancona che nel 2022 smantellò un traffico illecito di fossili e reperti.

Cinque degli otto imputati, tra cui un 44enne di Valfabbrica, hanno scelto riti alternativi tra patteggiamento e abbreviato, ottenendo condanne comprese tra un anno e mezzo e tre anni di reclusione.

A beneficiare dei riti alternativi sono due uomini residenti nel Maceratese, di 58 e 49 anni; un 25enne di Cerreto d’Esi (Ancona); un 44enne di Valfabbrica (Perugia); e un 74enne di Gagliole (Macerata). Per loro, le accuse a vario titolo di furto e riciclaggio di beni archeologici e paleontologici, scavi non autorizzati e, in alcuni casi, concorso nei reati, si sono tradotte in pene definitive grazie alla scelta dei riti alternativi.

Diversa la posizione degli altri tre indagati, per i quali la giudice ha disposto il rinvio a giudizio. Si tratta di due uomini di Fabriano (Ancona), di 65 e 67 anni, e un 77enne di Genga (Ancona) che dovranno comparire davanti al tribunale il prossimo 19 settembre per rispondere delle accuse.

L’indagine dei carabinieri del Tpc aveva svelato l’esistenza di un vero e proprio sistema organizzato. All’interno del gruppo, secondo la ricostruzione della Procura, c’erano ruoli ben definiti: chi era esperto negli scavi, capace di individuare i siti più ricchi di reperti; chi si occupava della pulitura e dello stoccaggio dei fossili; e chi, infine, gestiva le vendite attraverso piattaforme commerciali online come eBay, immettendo sul mercato i pezzi come se fossero frutto di ricerche amatoriali.

I militari avevano sequestrato circa 30mila reperti, molti dei quali già pronti per essere messi in vendita sui siti specializzati. Un patrimonio paleontologico e archeologico di inestimabile valore, strappato al sottosuolo di Marche e Umbria e destinato a finire in collezioni private, depauperando un bene comune protetto dalla legge.


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