Approfondimenti – Paul McCartney – “Man On The Run”, ritratto di ex-Beatle in fuga :: Gli Speciali di OndaRock
Quando avevamo intitolato “Man On The Run” la nostra monografia di Paul McCartney, non avremmo mai immaginato che con lo stesso titolo sarebbe uscito anni dopo uno dei documentari più approfonditi e intimi sul musicista di Liverpool. Eppure, in fondo, niente dipinge meglio il McCartney post-Beatles di questa espressione, mutuata da uno dei più riusciti album della saga Wings (“Band On The Run”). Perché l’artista e l’uomo dei primi anni Settanta sono accomunati proprio da un pressante desiderio di fuga: dall’avidità del music business, dai Beatles, dalle polemiche seguite al loro scioglimento, dal senso di vuoto causato dalla fine di quella band che – come racconta lo stesso Paul con disarmante sincerità – era stata tutta la sua vita dopo l’infanzia e l’adolescenza. Come una fedele fidanzata dei tempi della scuola.
Disponibile in streaming su Amazon Prime, “Man On The Run”, diretto da Morgan Neville, affronta dunque uno dei capitoli meno raccontati e più controversi della carriera di Paul McCartney: la fase dei primi anni Settanta, successiva allo scioglimento dei Beatles. È un periodo spesso ridotto a semplice epilogo della storia dei Fab Four, ma il film prova a restituirne la complessità, seguendo McCartney mentre tenta di reinventarsi dopo la fine della band più influente del Novecento.
Ritiratosi nel suo eremo pastorale in Scozia con la moglie Linda McCartney e le figlie, dedito ad avventure quotidiane picaresche tra pecore, capre e montoni, Paul appare spaesato, depresso, in difficoltà nel ridefinire la propria identità artistica e personale. E il film si apre con un episodio emblematico: quando i fotografi di Life arrivano alla fattoria di High Hill, a Kintyre, nell’ottobre 1969, trovano un McCartney spettinato e irritato, che reagisce rovesciando un secchio di rifiuti contro i giornalisti. Poco dopo accetta di posare con la famiglia, pronunciando una frase che fotografa il momento storico: “La faccenda dei Beatles è finita. È esplosa, in parte per quello che abbiamo fatto noi, e in parte per colpa di altre persone”.
La dissoluzione dei Beatles aveva in realtà già preso forma quando John Lennon parlò ai compagni di “divorzio”. Eppure fu proprio McCartney a finire al centro delle accuse quando, con l’uscita del suo primo album solista nel 1970, rese pubblica la rottura. L’effetto mediatico fu immediato: Lennon diventò rapidamente il portavoce della controcultura a New York, mentre McCartney fu percepito come il responsabile della fine della band e, artisticamente, come l’ex Beatle più leggero e votato al pop con le sue silly love songs. La critica si schierò quasi unanimemente con Lennon, guardando con sospetto i primi lavori solisti di McCartney, in particolare “Ram”, che all’epoca fu liquidato con sarcasmo e solo molti anni dopo venne (giustamente) rivalutato. Una valanga di hater ante-litteram, ingrati e ottusi, si abbatté sul ragazzo di Liverpool che a soli 27 anni poteva già vantare un catalogo di canzoni memorabili senza pari (altro che “The only thing you done was Yesterday”…).
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Lontano dalle pressioni dei Beatles, McCartney aspirava a una quotidianità semplice e familiare, ma al tempo stesso – da buon workaholic qual è sempre stato – non riusciva a smettere di scrivere canzoni. Da questo equilibrio precario nacque nel 1971 l’idea di formare i Wings, un nuovo gruppo che era insieme famiglia allargata e laboratorio musicale, e che mai si sarebbe scrollato di dosso l’etichetta di backing band di McCartney, perché come riassume brutalmente il batterista Geoff Britton: “Lui voleva che fossimo tutti normali e uguali, ma non eravamo normali e uguali, perché lui era la superstar mondiale e noi dei perfetti nessuno”. Eppure, a ben vedere, la band non era priva di elementi interessanti, a partire dal chitarrista Denny Laine (all’anagrafe Brian Hines), già membro dei leggendari Moody Blues. Ma la stampa naturalmente concentrò le sue attenzioni sulla scelta di coinvolgere Linda McCartney alle tastiere, ridicolizzandola, spesso con toni apertamente sessisti. Un trattamento non dissimile a quello riservato a Yoko Ono, insomma. E dal film emerge chiaramente quanto quell’ostilità abbia segnato la percezione pubblica dei Wings, già guardati con sospetto perché guidati da una delle figure più celebri del pianeta.
Neville struttura il racconto quasi interamente attraverso materiale d’archivio: filmati domestici, fotografie di Linda, registrazioni di studio e concerti. Le nuove interviste a McCartney e alle figlie Mary e Stella, oltre a membri della band, Sean Ono Lennon, Mick Jagger, Chrissie Hynde e altri, vengono utilizzate soprattutto come voce fuori campo, senza apparire in scena. Il risultato è un montaggio rapido e molto dinamico, firmato da Alan Lowe, che alterna momenti idilliaci della vita familiare a passaggi più tesi.
Parlandone con Forbes, Neville ha descritto “Man On The Run” come una specie di ideale sequel di “Get Back”, il monumentale documentario di Peter Jackson sugli ultimi giorni trascorsi insieme dai Beatles per registrare le loro canzoni, spiegando chiaramente il senso dell’operazione: “Quando si parla dei grandi artisti degli anni Settanta, Paul McCartney viene raramente citato. Non perché non fosse centrale, ma perché il peso di ciò che aveva già fatto con i Beatles continuava a definirlo. Con ‘Man On The Run’ ho voluto osservare la sua corsa fuori da quell’ombra. È stato un percorso fatto di scelte improbabili: tour in furgone, Bruce McMouse, la Nigeria, Thrillington, un inno alla Scozia. Considerate insieme, quelle decisioni rivelano una logica precisa. Era l’unico modo per affrontare aspettative così schiaccianti. Durante quel decennio Paul ha smesso di scappare da qualcosa e ha iniziato a muoversi verso altro: la propria voce, la famiglia, la vita. Il film è la fotografia di quel viaggio”.
Una fuga costante, dunque, forse anche da sé stesso, che mise in evidenza un lato autodistruttivo della psicologia dell’ex-Beatle, tra consumo di droghe, scelte impulsive e decisioni avventate, come girare di notte da solo per Lagos durante le sessioni dell’album o volare in Giappone con un pacco di marijuana nel bagaglio, episodio che nel 1980 gli costò una settimana di carcere. “Perché continuo a crearmi questi problemi?”, si chiede dopo aver quasi rischiato di annegare durante una vacanza alle Hawaii. Eppure è proprio quel mix di incoscienza ed eterno entusiasmo adolescenziale a costituire l’essenza di Paul. E quando gli abitanti del posto si radunano intorno al falò sulla spiaggia per cantare insieme il singolo del 1977 “Mull Of Kintyre”, viene da pensare che anche Paul e Linda avessero trovato il loro modo di dare una chance alla pace.
Sarà proprio “Band On The Run”, il disco che nel 1973 segnerà uno spartiacque decisivo, rendendo finalmente credibile e autorevole la svolta dei Wings. Dopo continui avvicendamenti di formazione, la band arriverà a un successo globale culminato nel tour mondiale del 1975-76, con stadi pieni e una sequenza impressionante di hit. Sarà il momento in cui McCartney dimostrerà di poter esistere anche fuori dalla mitologia dei Beatles, pur continuando a portarne il peso sulle spalle.
Il documentario non nasconde neppure il rapporto complicato con John Lennon negli anni successivi alla separazione dei Beatles. L’amicizia fraterna si incrina tra frecciate pubbliche, canzoni polemiche (mettono ancora i brividi i crudeli versi della lennoniana “How Do You Sleep?”) e tentativi intermittenti di riavvicinamento. E l’ombra di Lennon resta costante nel percorso di McCartney, sia come termine di paragone artistico sia come nodo emotivo irrisolto. Nel documentario interviene anche il figlio Sean Ono Lennon, che rilegge retrospettivamente la reazione di Paul McCartney alla morte di John Lennon, l’8 dicembre 1980. All’epoca, l’apparente freddezza con cui Paul commentò l’assassinio dell’ex compagno lasciò molti perplessi. Sean Lennon la interpreta invece come la risposta istintiva di una persona profondamente scioccata, incapace di elaborare immediatamente la perdita di un amico fraterno. Nel farlo, collega involontariamente quel momento a una frase pronunciata da McCartney nel 1970, quando annunciò ai giornalisti la sua uscita dai Beatles. Alla domanda su cosa avrebbe fatto dopo, rispose semplicemente: “Cercherò di crescere”. Secondo Sean Lennon, quella crescita arrivò davvero solo molti anni dopo, nel momento più doloroso, com,e racconta in una delle testimonianze più toccanti del film: “Quando è morto mio padre, quello è stato il momento in cui Paul ha capito che era ora di crescere”.
09/03/2026





