Gorillaz – The Mountain | Indie For Bunnies
A distanza di venticinque anni dal fantastico esordio, la band creata dal genio di Damon Albarn e dall’estrosa penna di Jamie Hewllett dimostra ancora una volta la loro straordinaria capacità di reinventarsi senza perdere identità. “The Mountain” è un viaggio, reale, denso e accompagnato, as usual, da collaborazioni e featuring a dir poco miracolose corroborato da una scrittura musicale che oscilla tra passaggi meditativi e improvvise fiammate di creatività. Spoiler, si, allora questa nuova creatura dei Gorillaz, primo disco per la loro etichetta Kong, è una delle meglio riuscite all’interno della loro discografia…ed ho detto tutto!
Ancora una volta, dunque, Albarn e soci costruiscono con maestria una spedizione che si muove tra culture, epoche e linguaggi sonori affascinanti dove ogni episodio corrisponde ad una tappa del loro lungo e imprevedibile viaggio attraverso l’India che, secondo Damon, “è un luogo molto interessante in cui portare il dolore, perché ha una visione molto positiva della morte”.

Durante la lavorazione dell’album sia Damon che Jamie hanno perso i loro padri, eventi che hanno inevitabilmente influenzato la scrittura del disco e li ha portati a riflettere sul tema della perdita. Proprio in India, Damon ha disperso le ceneri di suo padre nel Gange.
Con “The Mountain”, i Gorillaz hanno concepito dunque un disco si incentrato sulla morte, ma in una visione se vogliamo ottimistica, un disco che pone l’accento sulla mortalità, memoria e continuità della vita piuttosto che come morte intesa nella sua accezione definitiva e luttuosa. Come detto da Damon, “in un certo senso, penso che questo disco sia in quella tradizione di celebrare le loro vite”.
La cultura indiana, dunque, ha contribuito a plasmare il disco, un luogo nel quale la morte è vista più come trasformazione che come fine e la copertina dell’album ne costituisce la prima inequivocabile rappresentazione con il titolo in devanagari, una scrittura usata per scrivere la lingua sanscrita indiana.
La title track apre il disco con un tono quasi rituale, biblico, dove l’atmosfera rimane sospesa per più di quattro minuti con mood minimalista e quasi cinematografico con la presenza del compianto Dennis Hopper, insieme ai musicisti Ajay Prasanna, Anoushka Shankar, Amaan Ali Bangash e Ayaan Ali Bangash, costruisce un’introduzione magnetica, quasi spirituale. È come se quel magnetismo spirituale ci invitasse a salire lentamente verso la vetta che inizia con la successiva “The Moon Cave”, dove la prospettiva cambia e diventa un mosaico sonoro dove convivono soul, rap e groove psichedelico. Le collaborazioni qui sono impressionanti: Asha Puthli, Bobby Womack, Dave Jolicoeur, Jalen Ngonda e Black Thought. Ognuno porta una sfumatura diversa e il risultato è un brano che cresce a ogni ascolto, pieno di dettagli e incastri vocali.
Il tema della morte è sicuramente portato dai molti ospiti presenti nel disco che non sono più in vita come i già citati Dennis Hopper, Bobby Womack e Dave Jolicoeur ma anche il grandissimo Tony Allen presente nella contemplativa in “The Hardest Thing”, Mark E. Smith dei The Fall nel caos di psichedelico e controllato di “Delirium”, Proof, insieme a Trueno, nella lunga “The Manifesto”, una mini-suite hip hop che attraversa diverse sezioni musicali rappresentando, probabilmente, uno dei momenti epici del disco.
Certo anche per uno come Damon Albarn deve essere stato arduo radunare così tanti contributori eclettici ma si sa, quando Damon scende in pista con i Gorillaz tutto diventa possibile!
Possibile anche che un disco così celebrativo e focalizzato sulla morte, sebbene nei tratti sopra descritti, non diventa un epitaffio anzi, spesso diventa addirittura ironico e super pop, come in “The Happy Dictator”, realizzato insieme agli Sparks, e dotato di un intro alla Depeche Mode sponda “Speak and Spell”. Un brano a dir poco brillante, quasi teatrale, che gioca con synth colorati e una melodia volutamente eccentrica. Per non parlare poi della sorprendente “Orange County”, con la collaborazione con Bizarrap, Kara Jackson e ancora Anoushka Shankar, nel quale il fischiettio irresistibile fa gioco con un beat dalla vena nostalgica e irriverente.
Gorillaz al 100% appartiene “The God of Lying” che vede la presenza degli IDLES mentre uno dei brani più suggestivi è certamente “Damascus”, con Omar Souleyman e Yasiin Bey, dove il climax si fa mediorientale ma dal respiro elettronico dove il rap si fonde in un pezzo ipnotico e stilistico. Davvero bello.
Non mancano pezzi da novanta come Johnny Marr che, insieme a Black Thought e Anoushka Shankar, con chitarre atmosferiche in “The Empty Dream Machine” crea una dei brani più affascinanti dell’album dove la voce di Albarn è meno stratificata è più pulita. Insomma probabilmente una dei migliori episodi del disco ancorché avvolto da un’alea di tristezza.
Sempre Johnny Marr e Anoushka Shankar sono presenti nelle poppeggianti melodie orientali di “The Plastic Guru” e nella bellissima ed eterea, elegante “The Sweet Prince”, mentre in “Casablanca”, l’ex chitarrista degli Smiths si accompagna al basso del grande Paul Simonon per una traccia meditativa e ultraterrena.
Ascolto dopo ascolto “The Mountain” cresce in maniera definitiva, un album enorme, gigantesco dove le collaborazioni si muovono all’unisono in un contesto che unisce variopinti mondi che spaziano dal rap al post-punk, dalla world music al pop elettronico che rende questo lavoro uno dei più complessi dei Gorillaz. Un album ambizioso, ricco di idee e che conferma quanto il progetto di 2D, Murdoc Niccals, Noodle & Russel Hobbs continui a essere uno dei più imprevedibili e affascinanti della scena musicale odierna.
Il mondo ha sempre bisogno dei Gorillaz.
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